Al netto delle sue delicate implicazioni pubbliche, la lettera aperta del giudice Mazzella a Silvio Berlusconi colpisce per quella che un critico letterario chiamerebbe ‟disunità di stile”. Ai roboanti appelli per la libertà (?) e contro il totalitarismo (?) si intrecciano citazioni di Totò e affettuose lodi del desco imbandito e della "domestica fidata". Che il lettore, forse influenzato dalla prosa di Mazzella, immagina subito con le sembianze di Tina Pica che mette in guardia gli autorevoli commensali come faceva con De Sica: ‟Stia attento, marescia’, che la gente mormora”.
Questo Mazzella deve essere un cinefilo esperto. Fa un uso accanito della dissolvenza: un attimo vedi il tricolore che sventola sui pennoni più augusti dei palazzi romani, un attimo dopo vedi apparire in tavola la pasta al ragù (e Tina Pica che la scodella). Stai per emozionarti di fronte a un vibrante appello alla salvezza dei Valori e subito ti distrai perché sono arrivati, ancora sfrigolanti, i broccoletti tirati in padella. Non si capisce bene se Mazzella sia più offeso per i rilievi fatti alla sua correttezza oppure al suo menù. E’ l’Italia: sempre incerta se le macchie più rilevanti siano quelle etiche o quelle di sugo.

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