Autostrada del Nord, ieri. Tre enormi gipponi da boscaiolo americano (di quelli con il cassone per caricare legname) sfrecciano in fila indiana. Nuovi fiammanti. A bordo il solo guidatore, che sembra replicato sui tre veicoli: maschio sulla trentina, rapato, occhiali neri a specchio, cellulare incollato all’orecchio. Tutti e tre. Li affianco per qualche chilometro. Medito sui miei pregiudizi: magari sono tre cittadini modello, fanno volontariato e stanno telefonando alla mamma.
Al netto dei pregiudizi, restano i fatti: i tre enormi veicoli da lavoro, qui usati come macchine da divertimento, consumano e inquinano ognuno come un pullman. L’uso del cellulare è vietato dalla legge, ed è improbabile che i tre non abbiano venti euro a testa per comprare un auricolare. Il messaggio implicito espresso da quel trio è: me ne frego delle regole, me ne frego dell’inquinamento, me ne frego di dare un’immagine di aggressività e anzi ne sono fiero. Azzardo una morale: nei paesi ricchi la lotta tra le classi è stata rimpiazzata dalla lotta tra comportamenti sociali confliggenti. Avere un gippone di sei metri è una scelta politica. Non avere un gippone di sei metri è una scelta politica.

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