Solite polemiche sulle solite nomine Rai, sugli appetiti smodati dei partiti, sulla lottizzazione come metodo anti-professionale. Ma quello che dall’esterno sembra soprattutto malcostume politico, all’interno è il penoso, umiliante calvario di un’azienda costretta a sopravvivere senza bussola, senza dirigenti stabili, senza certezze. Provate a progettare una trasmissione, ad avere un’idea, a fare una proposta in un luogo nel quale nessuno vi ascolta, o perché è in partenza, o perché è appena arrivato, o perché è troppo impegnato nella sorda lotta delle nomine per potersi dedicare al prodotto. "Aspettiamo le nuove nomine" è la frase che in Rai chiude quasi ogni discussione nel merito delle cose da fare o da non fare. La massima parte delle energie dei dirigenti è risucchiata dalle continue carambole di potere, quando la sedia traballa sotto il sedere mancano la serenità e la voglia di ragionare a medio o a lungo termine, si tira a campare e si conta il tempo in settimane. Nella prima azienda culturale italiana si lavora con meno certezze editoriali che nel più sgangherato giornale di provincia. L’editore peggiore non è quello che ti rompe le scatole per dirti che cosa devi fare. È quello che del prodotto se ne frega: tanto, oggi è qui, domani altrove.

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