Sento alla radio una deputata leghista spiegare che la storia dell’esame di dialetto locale per i professori è un’invenzione della stampa. Che l’intenzione vera è solo chiedere agli insegnanti "rispetto delle tradizioni locali". Non è che cambi un granché. Bisognerà pur cominciare a dire che nelle "tradizioni locali" questo paese affoga come nelle sabbie mobili, che i suoi pochi passi nella modernità li ha fatti non grazie alle "tradizioni locali" ma nonostante o addirittura contro di esse, che lo sforzo nazionale e unitario – sforzo di identità, di concittadinanza, ripeto di modernità – è incompleto e fragile anche per via della grettezza paesana, dei santi patroni, della retorica piccola e immobile sul campanile, la piazza, il porticato, l’aia (oggi il capannone? la rotonda stradale? il discount?), e che negli ultimi vent’anni questo paese ha galoppato all’indietro anche grazie alla Lega, grande vettore di ogni mediocrità provinciale, di ogni complesso di inferiorità "popolare", partito reazionario quanto nessun altro nella storia repubblicana. Imparare l’italiano, diventare italiani e sgrezzarsi da un passato di soggezione e di miseria è stato tutt’uno per milioni di italiani del Nord e del Sud. Punto.

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