Sui giornali di destra, nelle lettere ai giornali di destra, nelle dichiarazioni dei politici di destra, nelle telefonate dei radioascoltatori di destra, nei discorsi correnti di molte persone di destra, ricorre con cadenza ossessiva la parola "buonismo" (negli ultimi giorni l’ho letta e udita a grappoli). Nata per stigmatizzare sarcasticamente un atteggiamento ipocrita (buonista è colui che si finge buono per convenienza, e magari in realtà è una carogna), la parola è oramai così abusata, così male utilizzata, che non significa più niente. Usata come una generica clava, confonde gli imbelli con i coraggiosi (è forse "buonista" un prete che si dedica ai rejetti?), gli ipocriti con i generosi (è "buonista" chi si rivolge al prossimo con fiducia?), i furbi con gli ingenui (è "buonista" chi crede ancora, povero illuso, nella tolleranza?). E’una parola di indecente conformismo, pronunciata con astio monotono e scarsa cura intellettuale da persone che avrebbero urgente necessità di riflettere sulle parole, e attraverso di esse sui pensieri propri e altrui. Si sforzino di trovare sinonimi, di approfondire il concetto, soprattutto di distinguersi dal gregge. Convinti di ruggire, belano.

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