Dalle poche, asciutte parole che i media riescono a estorcere ai colleghi dei militari italiani morti a Kabul, si ricava l’impressione di solidi professionisti che mettono in conto il rischio di non tornare. Ne consegue una seconda impressione: che un cordoglio troppo enfatico li infastidisca, vuoi per antico costume virile, vuoi perché la nuova condizione professionale non è facilmente imparentabile con la vecchia retorica patria.
La guerra è cambiata. Non siamo più di fronte a coscritti strappati alle famiglie dall’obbligo di leva, siamo di fronte a giovani uomini che consapevolmente scelgono un lavoro di Stato di alta responsabilità e buona remunerazione. Chi li chiama ‟mercenari” li insulta con stupida ignoranza (lavorano per il loro Paese), e in rete circolano parecchie bestialità di ultras (ci sono frange politiche, povere loro, che hanno la testa curvaiola). Ma non c’è dubbio che da quando fare il soldato ha smesso di essere una condizione popolare condivisa, per diventare una scelta professionale, anche il dibattito in materia dovrebbe essere aggiornato. A partire dal fatto che i caduti sul lavoro vanno onorati sempre, e con speciale rispetto.

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