Nel luglio del 2001 avevo ventiquattro anni. Come molti della mia generazione seguivo con attenzione ciò che accadeva dentro quello che, con un po' di ironia, avevo ribattezzato “ilgrandemovimentocontrounacertaideadiglobalizzazione”. Avevo la sensazione che qualcosa di importante stesse succedendo, che un grande cambiamento fosse “inevitabile come l'alba”.
La notizia delle manifestazioni che ci sarebbero state a Genova mi parve immediatamente un appuntamento dato a un’intera generazione. Centinaia di migliaia di persone si sarebbero ritrovate insieme per confrontare idee e immaginare alternative a un modello economico che metteva in secondo piano i diritti dei lavoratori, l'ambiente, la parità e la giustizia sociale. Non esisteva un unico movimento: convivevano culture politiche diverse, spesso in disaccordo tra loro. Ma tutti condividevano la convinzione che il futuro non fosse già scritto.
Venticinque anni dopo, parlare del G8 di Genova significa due cose nette, distinte e in un certo senso parallele, a seconda che ne parli con i miei coetanei o con i giovani. Per molti della mia generazione è ancora una questione personale. Tutti sentono il bisogno di raccontare dov'erano in quei giorni, se c'erano oppure no, perché decisero di partire o di restare a casa. Genova è diventata una sorta di spartiacque morale e politico. Per alcuni coincide con la scoperta della partecipazione, per altri con la fine di un'illusione. E poi c'è il lutto. Carlo Giuliani aveva ventitré anni, quasi la nostra età. La sua morte non è soltanto un fatto storico: è il ricordo di quanto la politica possa entrare nella vita e cambiarla per sempre. Le violenze della Diaz, le torture di Bolzaneto, la gestione dell'ordine pubblico hanno modificato profondamente il rapporto di molti con lo Stato. Per una parte della mia generazione è stato il momento in cui le istituzioni democratiche e le garanzie costituzionali hanno smesso di apparire realtà scontate, diventando oggetto di interrogazione, talvolta di sfiducia.
Per i più giovani, invece, Genova è soprattutto una scoperta. La prima domanda che mi fanno non riguarda il G8, ma me. Tu ci sei andato davvero, mi chiedono. E poi si chiedono dove fossero i loro genitori, i loro insegnanti, gli adulti che allora avevano la loro età di oggi. Cercano di capire perché centinaia di migliaia di persone decisero di mettersi in viaggio per manifestare e perché altre scelsero di non farlo. Subito dopo collegano quei giorni alle mobilitazioni che conoscono meglio, da quelle per il clima a quelle per Gaza. Le parole d'ordine sono cambiate, ma la domanda resta la stessa: a cosa serve prendere parte?
Tutto quello che brucia nasce da qui. Il protagonista, Viktor, è un ragazzo romano di sedici anni che decide di andare a Genova per molte ragioni insieme: l'amore per una ragazza conosciuta per lettera, il desiderio di libertà, la curiosità per un evento che sembra riguardare il mondo intero, la voglia di immergersi in una folla di corpi, idee e speranze.
La prima parte del romanzo è un conto alla rovescia verso la partenza e racconta quella stagione sospesa che è spesso l'adolescenza: il tempo in cui tutti ti ripetono che il tuo momento arriverà, ma tu senti di essere ancora fermo sulla soglia. Poi arriva lo zero e si parte. La seconda segue giorno dopo giorno ciò che accade a Genova. Non è una cronaca completa né oggettiva, ma il racconto di uno sguardo che torna a casa pieno di domande.
Tutto quello che brucia un romanzo per ragazzi o per adulti? È un libro che ha per protagonista un sedicenne e racconta un'età della vita in cui tutto sembra sul punto di cominciare. Ma parla anche a chi quell'età l'ha attraversata venticinque anni fa e continua a interrogarsi sulle scelte compiute, sulle occasioni colte o mancate, sulle idee che lo hanno formato. In fondo, è lo stesso motivo per cui il G8 di Genova continua a interessare generazioni diverse: non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma il modo in cui ciascuno di noi ha deciso, o decide ancora oggi, di prendere parte al mondo.
Genova non appartiene soltanto al passato, è uno dei luoghi in cui il nostro presente ha cominciato a prendere forma, anche la sua parte più spaventosa.
Brucia tutto quello che continua a far male nel ricordo. Ma brucia anche la passione che ci spinge a immaginare un mondo diverso. Dopo venticinque anni, quella luce continua a brillare negli occhi dei ragazzi e delle ragazze che cercano il proprio posto nel mondo. E che provano a cambiarlo.
Daniele Aristarco
Tutto quello che brucia di Daniele Aristarco
“Era il 20 luglio del 2001 e la città stava litigando con il cielo. C’era fumo dappertutto e urla, e sirene, e il fracasso dei sassi e degli spari. Qualcuno correva, qualcun altro inciampava e cadeva. E io ero lì. Cercavo di respirare, ma l’aria sembrava fatta di benzina…