Stefano Valenti sul G8 di Genova e sul suo nuovo romanzo Come farfalla a luglio.


All'inizio non sapevamo che sarebbe diventata Storia. Eravamo partiti per Genova con la convinzione che il mondo potesse ancora essere discusso nelle piazze. Avevamo vent'anni, qualcuno di più, qualcuno di meno. Portavamo negli zaini magliette di ricambio, panini, libri, indirizzi scritti su foglietti di carta. Lo smartphone non era ancora in uso, il cellulare serviva soltanto per le chiamate.

Quando arrivammo, Genova era una città sospesa. Le grate, le recinzioni, la zona rossa, gli elicotteri. Nell'aria qualcosa di insolito, ma non abbastanza da farci pensare che stessimo entrando in uno dei passaggi più controversi della storia repubblicana.

Il movimento no global era arrivato lì da tutta Europa. Ambientalisti, sindacalisti, associazioni cattoliche, studenti, centri sociali. Persone diverse che condividevano una convinzione semplice: la globalizzazione non poteva essere lasciata esclusivamente nelle mani dei mercati e dei grandi poteri economici. Oggi molte delle questioni che allora sembravano marginali — le disuguaglianze globali, la crisi ambientale, il potere delle multinazionali — sono diventate temi centrali del dibattito pubblico. Nel luglio del 2001, invece, erano ancora una promessa di cambiamento.

Poi il futuro cambiò in una direzione diversa. Le cariche, i lacrimogeni, le strade attraversate dalla paura. E poi piazza Alimonda. Il corpo di Carlo Giuliani sull'asfalto. Ma chi non era lì fatica a comprendere che cosa significasse vivere quei giorni senza sapere ancora come sarebbero stati raccontati venticinque anni dopo. Noi non sapevamo nulla. Ogni notizia era frammentaria. Ogni voce smentiva quella precedente.

L'ultima volta che vidi Giovanni prima del suo arresto stava fumando una sigaretta appoggiato a un muro. Parlava del corteo del giorno dopo, di una ragazza conosciuta in treno. Poi sparì. Lo ritrovai alcuni giorni più tardi. Ma non era più lui. Quando iniziò a raccontare di Bolzaneto ebbi l'impressione che le parole non riuscissero a contenere ciò che aveva vissuto. Non parlava di politica. Non parlava del G8. Parlava di dettagli. Un corridoio. Una porta. Un ordine gridato. Le botte. L'umiliazione. La paura. Parlava di persone costrette a restare per ore in piedi contro un muro. Degli insulti, delle minacce, di un luogo in cui le garanzie che avevamo sempre considerato normali si erano improvvisamente dissolte. Mentre lo ascoltavo, capii che la questione non riguardava più soltanto una manifestazione. Riguardava il confine. Quel confine invisibile che separa la democrazia dalla sua sospensione.

Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, intanto, la polizia aveva fatto irruzione nella scuola Diaz, utilizzata come dormitorio e centro logistico da manifestanti e giornalisti. Le immagini dei corpi feriti avrebbero fatto il giro del mondo. Negli anni successivi, le sentenze avrebbero accertato gravi violazioni dei diritti fondamentali sia alla Diaz sia a Bolzaneto.

Ma allora noi non conoscevamo ancora i processi, le ricostruzioni, i documenti. Conoscevamo soltanto lo sgomento. La sensazione che qualcosa si fosse spezzato.

Per chi oggi ha vent'anni, Genova appartiene alla storia. È un avvenimento studiato nei libri, un documentario visto online, un anniversario ricordato sui giornali. Per chi era lì, invece, resta soprattutto una domanda: Come è stato possibile? E, soprattutto, che cosa è iniziato allora?

A distanza di venticinque anni, il G8 di Genova continua, infatti, a parlarci non soltanto per ciò che accadde in quei giorni, ma per ciò che quei giorni hanno anticipato. Il rapporto tra sicurezza e libertà, la sorveglianza crescente, la difficoltà di distinguere il dissenso dalla minaccia, la progressiva trasformazione dello spazio pubblico. Per questo Genova non è soltanto un ricordo. È una soglia. Una di quelle soglie storiche che diventano visibili soltanto molti anni dopo essere state attraversate. Per chi era presente, rappresenta la fine di un'epoca. Per chi è venuto dopo, una delle origini del presente.

È proprio da questa domanda sul presente che nasce il mio romanzo Come farfalla a luglio. Non dal desiderio di ricostruire cronachisticamente i fatti del G8, ma dalla necessità di comprendere che cosa quelle giornate abbiano lasciato nelle vite di chi le ha attraversate.

Al centro del romanzo ci sono tre amici, legati dagli anni dell'università e dall'esperienza del Milano Social Forum. Il narratore, destinato a farsi custode della memoria; Francesco, giovane docente universitario che ha fatto del messianismo di Walter Benjamin il fondamento della propria visione politica; Carlo, la figura più luminosa e intransigente del gruppo, animata da un'idea assoluta di giustizia.

Nel luglio del 2001 arrivano a Genova con la convinzione che il mondo possa ancora essere cambiato attraverso l'impegno collettivo. Come migliaia di altri giovani, vedono nel movimento no global non soltanto una protesta, ma la possibilità di immaginare un'alternativa. Le giornate del G8 spezzano definitivamente quell'orizzonte. Carlo muore. Francesco viene arrestato e subisce le violenze della caserma di Bolzaneto. Il narratore sopravvive.

Ma la ferita più profonda non coincide con la violenza fisica. Continua ad agire negli anni successivi, insinuandosi nella memoria, nei rapporti umani, nella possibilità stessa di attribuire un senso a ciò che è accaduto. Francesco non riuscirà a sopportare il ritorno alla normalità. Il suo suicidio consegnerà all'amico scrittore un compito che è insieme etico e letterario: testimoniare. Nasce così il racconto di una generazione travolta dalla storia e di tre destini segnati da una perdita irreparabile. Un romanzo sulla memoria e sull'amicizia, sulla sconfitta e sulla sopravvivenza, ma soprattutto sulla lunga ombra che il G8 di Genova continua a proiettare sul nostro presente.

Stefano Valenti

Come farfalla a luglio di Stefano Valenti

Nel luglio del 2001, a una generazione di giovani è toccato vivere giorni in cui, per usare le parole di Primo Levi, “l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo”. Durante il G8 di Genova, nella caserma di Bolzaneto, le ragazze e i ragazzi provenienti da ogni part…

Stefano Valenti

Stefano Valenti (1964), valtellinese, vive a Milano. Ultimati gli studi artistici, si è dedicato alla traduzione letteraria. Il suo romanzo d’esordio, La fabbrica del panico (Feltrinelli 2013), ha vinto il Premio Campiello …