16 Settembre 2014

[...] Nel corso del 1968 e del 1969 gli scontri tra gli studenti e il nuovo regime si moltiplicarono. Gli studenti esigevano una maggiore partecipazione, meno intromissioni da parte del Mpr e un’assegnazione più equa delle borse di studio. All’inizio del giugno del 1969 programmarono una grande manifestazione, ma Mobutu mandò l’esercito al campus. Per giorni Lovanium fu isolata dal mondo. Nonostante ciò alcuni studenti riuscirono a eludere la sorveglianza e a raggiungere il centro della città con degli autobus. Lì ebbero luogo duri scontri con l’esercito. I militari ricorsero ai lacrimogeni ma gli studenti si coprirono la bocca con dei fazzoletti bagnati, raccolsero le granate e le lanciarono a loro volta contro i soldati. Sempre più civili si unirono a loro. L’esercito aprì il fuoco. Secondo le fonti ufficiali ci furono sei morti e dodici feriti, secondo gli studenti i morti furono cinquanta e gli arresti ottocento. Mpr? Stava per Mourir Pour Rien, dicevano pieni di orrore. Mobutu decise di sradicare il movimento studentesco. Ogni campus avrebbe avuto la sua sezione giovanile del Mpr; il Manifeste de la Nsele divenne materia obbligatoria, tutti dovevano mettersi a studiarlo. La ribellione era acqua passata. I leader della rivolta studentesca furono condannati a pene carcerarie severe, fino a vent’anni. Anche questa voce critica, adesso, era stata soffocata.
Impiccagioni, torture, massacri. I primi cinque anni da presidente di Mobutu si possono leggere come un lugubre inventario, ma quella era solo una faccia della storia. Molti anziani oggi in Congo ripensano a quel periodo con una certa nostalgia: “C’era ordine,” mi ha detto Zizi quando mi sono mostrato meravigliato al riguardo. “I militari erano tornati nelle caserme. Le merci erano di nuovo disponibili, i prezzi si abbassarono, l’industria era in ascesa. Anche per me cominciò il periodo più prospero della mia vita.”
Per la prima volta dopo l’indipendenza venivano eseguiti grandi lavori infrastrutturali. Mobutu cominciò la costruzione della prima diga di contenimento sul fiume Congo: la cosiddetta Grand Inga, capace di generare 351 megawatt. I nuovi quartieri di Kinshasa ricevettero acqua potabile ed elettricità. Furono costruite le fognature. L’ospedale centrale della città aveva millecinquecento posti letto e accoglieva ogni giorno quattromila pazienti. Venivano eseguite diecimila operazioni all’anno e si lavavano, ogni giorno, 1,6 tonnellate di biancheria.
Mobutu non era un democratico, ma fece cambiare rotta al paese. Ogni persona valida, uomo o donna, il sabato pomeriggio doveva fornire allo stato alcune ore di lavoro non remunerato, una tassa sotto forma di fatica, come si usava nel periodo coloniale. Adesso si chiamava salongo. La gente doveva strappare le erbacce, fare la manutenzione delle piste ciclabili e spazzare l’immondizia. Inoltre ognuno veniva incoraggiato a coltivare un pezzettino di terra, perché la produzione agricola doveva aumentare. Persino i generali dell’esercito si misero a raccogliere le foglie di manioca. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Lo stesso Mobutu dava il buon esempio. Ogni mattina si alzava alle cinque. Leggeva pile di giornali, faceva colazione con i diplomatici, era continuamente in riunione ed era al lavoro ogni giorno per almeno diciotto ore.
Nel 1969, ad appena trentanove anni, ebbe un leggero infarto. “Come governeresti questo paese del cazzo?” chiese al suo medico personale. [...]

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Congo di David van Reybrouck

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