Riprendo, alla luce del dibattito sull’esperienza pedagogica "islamica" di Milano, il discorso su multiculturalismo e ossessione dell'identità. Anche a me, come a Luigi Manconi, pare che il "laicismo" come ideologia nazionale sia rimedio peggiore del male. Se l’articolo 8 della nostra Costituzione, quello sulla libertà religiosa, alterna alla magnanimità del primo comma la presupposizione della centralità logica e storica della "confessione" cattolica (ma non tutte le religioni sono "confessionali"), l’articolo 19 allarga l’orizzonte a modalità di culto un po’ meno scontate: "Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma… purché non si tratti di riti contrari al buon costume". A parte la vaghezza del "buon costume", che tante censure ha imposto (si pensi a quelle subite da Pier Paolo Pasolini), è urgente attuare davvero lo spirito costituzionale nel riconoscimento reciproco tra Stato e Culti. Ma se i culti sono ammessi solo se non in conflitto con l’ordine costituito e il "buon costume", ricordo che ogni esperienza religiosa è in buona misura violazione dell’uno e dell’altro. Nel frattempo l’attuale legislatura ha messo in luce gli aspetti più retrivi della nostra civiltà, tra affermazioni della superiorità occidentale e il rifiuto di migranti non cattolici, o peggio la richiesta di conversioni forzate, come al tempo dei "marrani" e della cacciata degli ebrei di Spagna; tra la reintroduzione dei crocefissi negli edifici pubblici e l’invocazione della tutela (o radice) di un Dio bianco europeo nello statuto dell’Unione - ciò che tradisce, rivendicandolo, lo spirito del cattolicesimo ("cattolico" in greco significa universale). Come assimilare, senza annullarle nella nostra identità, le minoranze etniche e religiose?
I rapporti tra democrazia e dimensione religiosa sono oggi polarizzati tra condanna del fondamentalismo e tentazioni di un ritorno allo Stato confessionale. I due estremi si toccano. Si dimentica che prima e dietro la dimensione giuridica dei problemi esiste la struttura intrinseca del fatto religioso, esperienza irriducibile ad altri ambiti. Per esempio, agli occhi di un religioso (ma anche di un filosofo) l’espressione "libertà religiosa" appare al tempo stesso contraddittoria e ridondante: non c’è religione senza un buon grado di sottomissione ma, nell’adesione al culto, libertà e sottomissione sono naturaliter coincidenti, o sinonimi. Viceversa l’illuminismo, invocato anche su questo giornale come panacea, è più che sospetto. Non solo si dimentica la sua tragica deriva novecentesca nella più performativa delle tenebre, quella nazista, ma impone valori che cozzano con la larga maggioranza di quelli culturali. Di fronte all’orgoglio arrogante di un laicismo (non di una laicità) che diventa a sua volta confessionale, e quindi capace di intolleranza, si tratta di affermare una vera laicità. Il disastro sarebbe appropriarsi del fatto religioso per importarlo e poi esportarlo potenziato da una forma di autoritarismo derivante da principi trascendentali, ciò che lo Stato non deve mai invocare.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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