La via Domenico La Bruna è una strada lunga non più di duecento metri, larga che non contiene più di due macchine. Se allunghi lo sguardo riesci a scorgere tutto ciò che accade in questo microcosmo dove tutti si conoscono e sanno leggere l'esistenza del vicino. Eppure, eppure questo piccolo budello sembra aver inghiottito la piccola Denise. In un attimo, come se la bambina fosse stata risucchiata in un immondo pozzo nero senza fine. Povera piccola, passata dall'amorevole cura della nonna, ai fornelli per prepararle il pranzo, a chissà quale torbida follia. Già, perchè ormai anche i più cauti tra gli investigatori accorsi in questo lembo di Sicilia abbandonano le cautele di rito ed ammettono che Denise "è stata presa". Ecco, se si volesse cercare un punto fermo nel marasma di una storia caratterizzata da mille incertezze, si dovrebbe parlare di un "sequestro certo". Altra cosa è la ricerca del movente. Perchè hanno preso Denise? A questo punto ogni ragionamento, ogni filo logico poggiano su fondamenta incerte e le intuizioni si sfilacciano via via, fino a perdersi nel nulla. È questa la contraddizione che si coglie calpestando il palcoscenico della tragedia di Denise. I volti dei parenti, duri come granito, devastati dall'insonnia, gli occhi di mamma Piera gonfi come due borse che scoppiano, l'attesa del nulla davanti alla porta dei Pipitone, i vicini che entrano ed escono in un inarrestabile via vai simile al tradizionale "consolato siciliano" in presenza di un lutto. Tutto ciò, sempre uguale ormai da 36 ore, incastonato in un "set" fisso: la macchina dei carabinieri di sbieco col muso verso la porta dei Pipitone, appaiata a quella della polizia e più dietro i mezzi dei vigili del fuoco e della Protezione civile, tutti in simmetria col "campo" delle telecamere del circo mediatico. È la legge della comunicazione, che prevede almeno un appello al giorno di mamma Piera. In questo "set" si agitano le paure e le angosce per la sorte di Denise, si delineano - al di là della stessa volontà dei protagonisti - le storie personali degli adulti, che gli investigatori cercano di utilizzare come metal detector alla ricerca del movente. E sono proprio le telecamere a consegnare ai testimoni di via La Bruna la realtà di una madre esposta all'impatto mediatico, opposta, però, alla riservatezza di Toni, il padre, magro come un chiodo, silenzioso e poco incline ad offrirsi alle telecamere. Lui non ama i flash, forse la moglie lo sa e perciò intima agli operatori delle tv: "No, lui no".
Anche le scarne parole dei due sembrano andare per direzioni opposte. In mattinata Piera aveva detto di avere delle "supposizioni su chi possa aver preso Denise". C'era qualcosa di preciso, in quelle affermazioni, oppure aveva semplicemente voluto dire di "aver riferito tutto quanto poteva essere utile alle indagini", dal racconto di un semplice screzio avvenuto chissà quanto tempo prima, a storie che avrebbero potuto avere implicazioni più gravi? Certamente erano parole che non coincidevano con le altre, affidate ai cronisti dal marito: "Non ho idea di chi possa aver preso Denise". Poi, gli occhi bassi, la faccia orientata in un profilo che evidenzia l'orecchino appeso al lobo sinistro, Toni ha ringraziato "tutti i siciliani che si sono offerti di collaborare per salvare Denise". Ma c'è qualcuno che poteva odiare i Pipitone tanto da colpirli infierendo sulla bambina? Toni "esclude categoricamente l'ipotesi della vendetta per fatti privati", almeno così va ripetendo da alcune ore. E allora? Il muratore "non sa", anche se l'idea che possa essere stato un matto, uno dei tanti che girano fra le contrade di quella terra di confine, non gli sembra da scartare. Fa impressione l'impiego dei mezzi messi sul campo per una ricerca che risulta improba. Stride con l'assoluta assenza di indizi. Non c'è una sola testimonianza: nessuno che abbia visto un'auto sospetta, una faccia inquietante. Nessuno che abbia sentito gridare Denise, bambina - certo - ma, a detta di tutti, capace di esprimersi perfettamente e di fiutare il nemico. Ma allora conosceva l'"uomo cattivo"? È andata tranquilla? Certo, è un'ipotesi confortata dalle cronache di questi ultimi anni di "stragi degli innocenti" popolati da un'infinità di "zii paciocconi" capaci delle più inaudite nefandezze. Ma siamo alle congetture, e basta. Certo, Denise non si trova e più passa il tempo e più cresce l'inquietudine. Se si fosse smarrita, riflettono ad alta voce gli investigatori, l'avrebbero già ritrovata. Se fosse rimasta vittima di una disgrazia, il caso sarebbe già chiuso. Bisogna capire perchè è stata presa. Perchè proprio lei: già, l'ipotesi di uno "zio" presuppone un rapporto tra vittima e carnefice. Nessuno rapisce un bambino così, a caso, la prima volta che lo vede. Ecco perchè, pur senza esplicite ammissioni, gli investigatori sembrano prediligere la pista di un qualche intreccio interno alla famiglia. Ma, in assenza di un brandello di indizio, non si possono trascurare altre eventualità. E così, quasi per riflesso condizionato, insorge il terribile sospetto che si fa strada ogni volta che scompare un bambino: il traffico di organi. Impossibile, però, andare oltre alla semplice enunciazione, in mancanza di uno straccio di certezza. Con la stessa disinvoltura, infatti, si potrebbe evocare la favola metropolitana dell'ambulanza nera o la paura degli zingari. Il trascorrere delle ore non gioca in favore dell'ottimismo. E così pure l'assoluta occasionalità delle ricerche: una volta sul torrente per il ritrovamento di un seggiolino, un'altra volta sulla scorta di un abbaglio provocata dalle treccine di una bimba, simili a quelle di Denise. L'impietosa ragioneria delle statistiche dice che non sempre ci siamo trovati di fronte a storie con il lieto fine. In Sicilia si è molto pianto sulla misteriosa fine toccata a tanti bambini. Proprio in queste contrade, in una campagna di Marsala inopinatamente chiamata Amabilina, un pozzo restituì i cadaveri di Antonella, Ninfa e Virginia. Fu uno "zio" desideroso di figli ad ucciderle. Le aveva prese insieme, che giocavano. Si liberò di Ninfa e Virginia, gettandole vive nel pozzo, per poter restare solo con Antonella, la nipote, la sua "stellina". Quando confessò all'allora (Anni Settanta) procuratore di Marsala, quel giudice Terranova poi assassinato dalla mafia, disse che l'aveva fatto per eccesso di amore. E prima ancora i siciliani avevano pianto la scomparsa di cinque ragazzini, svaniti tra Aspra e Porticello, a due passi dalla costa orientale di Palermo. Furono scandagliate palmo a palmo anche le grotte di quel territorio. Nessuno li ha più visti, quei bambini. Così come nessuno ha più visto Santina Renda, la piccola del Cep, quartiere popolare di Palermo. "Aiutatemi" implora oggi mamma Piera. "Chi sa parli, anche in forma anonima, con gli investigatori. Io saprò perdonare". Che le sue parole possano riscaldare il cuore di chi ha preso Denise.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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