Nei giorni scorsi una notizia ha tenuto banco con enfasi malriposta e un’altra è passata quasi sotto silenzio: il collocamento di PetroChina alla Borsa di Shanghai e la decisione del governo italiano di rendere l’Eni non contendibile anche nel caso il Tesoro vendesse ancora. Si è scritto: adesso PetroChina è la prima società al mondo per capitalizzazione, quasi mille miliardi di dollari, il doppio della Exxon-Mobil, la prima di ieri. E si è aggiunto: i bilanci non giustificano quel valore. In realtà, a Shanghai sono stati quotati solo 4 miliardi di azioni A, pari al 2,18% di PetroChina, e queste sono andate alle stelle perché i cinesi, che non possono investire all’estero e sono in fuga da titoli di Stato e da depositi bancari troppo poco remunerativi, ne hanno fatto incetta. Il governo di Pechino è consapevole della bolla speculativa delle ‟sue” Borse, ma ancora non fa nulla per consentire un ordinato rientro. D’altra parte, il capitale di PetroChina resta per l’86,3% in mano allo Stato e per il 13,3%, 21 miliardi di azioni H, è normalmente trattato alle Borse di Hong Kong e di New York. Le azioni H sono quelle destinate ai mercati internazionali e poiché non è possibile scambiarle con le azioni A, Warren Buffett ha venduto il suo 10%, decuplicando il suo investimento, e ha fatto bene. Di conseguenza, questi titoli H sono oggi più liquidi e rappresentano un flottante che vale più della Fiat. Sulla loro base PetroChina capitalizza 380-400 miliardi di dollari, mentre Exxon sta a 450-500. Ed è a questi numeri che guarda il mondo degli affari, non ai mille miliardi di Shanghai. Il titolo cinese è caro? Dipende. Paga 17 volte gli utili contro le 13 di Exxon e le 11,5 della media delle major. E però Lehman Brothers stima un ritorno sul capitale investito del 27% contro una media delle majors di 23,5 e un valore dell’impresa (valore di Borsa meno liquidità o più debito) pari a 9 volte il margine operativo lordo, mentre Exxon sta a 10 e la media delle majors a 8. PetroChina genera ricchi flussi di cassa e ha più disponibilità che debiti. Il punto è il ritmo della crescita. Il grosso delle riserve (20 miliardi di barili equivalenti, contro i 22 della Exxon e gli oltre 300 della Saudi Aramco) è domestico, ma l’estrazione nazionale non basta all’incalzante domanda interna. In questo, certo su altra scala, PetroChina ricorda l’Eni degli anni Cinquanta: andrà sempre più all’estero, naturalmente senza che il suo capo Chen Geng, 100 mila dollari di stipendio, una parsimonia alla Enrico Mattei, rischi di fare la tragica fine del fondatore dell’Eni. Ma l’approvvigionamento ai sempre più alti prezzi di mercato di fronte a una domanda tendenzialmente esplosiva renderà sempre più oneroso, per il governo, tener bassi i prezzi amministrati di olio e gas. La soluzione del problema influenzerà i margini di PetroChina, comunque al traino dell’economia del suo Paese. A questo punto, Pechino sarà tentata di conquistare imprese petrolifere estere, dunque riserve? Finora i cinesi sono stati prudenti. Trattano alla Mattei con i Paesi africani e asiatici. Negli Usa, hanno provato a scalare Unocal e non hanno insistito. Se lo Stato italiano uscisse dall’Eni, questa potrebbe diventare un buon target, per la sua storia e per il suo valore di mercato proporzionalmente inferiore. Ma il governo Prodi, modificando la legge sull’Opa secondo la direttiva Ue e gli statuti delle società secondo il modello St Microelectronics, sta rendendo inespugnabile l’Eni (e l’Enel) da azionisti non graditi. Con PetroChina, chissà, potrebbe esserci collaborazione, ma non coatta. E l’Eni, se vorrà aumentare il suo valore, dovrà riuscirci con la gestione industriale e non facendo balenare una tantum la possibilità di essere scalato. (con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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