Basta affacciarsi in platea, alzare lo sguardo di trenta metri verso la cupola color panna, caramellata di stucchi, scendere nei sotterranei della centrale da mille kilowatt, perdersi nei labirinti del sistema antincendio più moderno d’Italia e riemergere nel golfo mistico degli orchestrali sotto la luce abbagliante di cinquecento lampadari, perché il fiato manchi di fronte a un’opera indiscutibilmente compiuta. Ogni doga, ogni contatto elettrico, ogni quinta di palcoscenico dice che il lavoro è finito e le ragioni di chi ha voluto rinviare l’apertura - fissata fino a l’altroieri al 6 dicembre, giorno del patrono San Nicola - sono senza senso. Il lavoro è chiuso, in un anno soltanto, ed è questo che conta. Il Petruzzelli è rinato dalle ceneri del 27 ottobre 1991, alla faccia di chi ha ordinato quell’incendio e umiliato una città intera. Una rivincita, dunque. Un esorcismo contro le vecchie paure del Sud.
Argani, botole, pompe, sollevatori, tappezzerie e imballaggi in arrivo, ultimi ritocchi alle decorazioni floreali; e poi ancora polvere, urla di allestitori verso il soffitto, richiami di restauratrici sui ponteggi, ronzio di trapani nei camerini, eco di martelli nei bagni appena installati, saldatrici nelle fosse degli ascensori e tutto che rimbomba come in una cassa armonica. Siamo davanti a qualcosa di inimmaginabile. Nella tecnologia e nelle dimensioni è un transatlantico dell’ultima generazione, una turrita nave che va, in faccia al Mediterraneo. Ma nell’alacrità dei restauri e persino nell’acustica il Petruzzelli 2008 è una fabbrica leonardesca, un’officina rinascimentale. Un teatro con un cuore del primo Novecento e un cervello del terzo millennio. Fuori, nella pioggia, l’orologio elettronico che scandisce il conto alla rovescia per la fine dei lavori è entrato da tempo nella fase del cardiopalmo. Dentro, la macchina registra quella caotica accelerazione in cui nell’edilizia, come per magia, tutto s’aggiusta. Un finale ‟allegro con brio”, con le maestranze che hanno triplicato l’impegno, specie dopo aver capito che qualcuno le ha volute fregare facendo slittare l’inaugurazione. Senza contare gli esterni, sono centrotrenta persone - quasi tutte pugliesi - che per un anno hanno affollato questa città verticale di cento metri per sessanta per quaranta. Mani italiane, dure mani ‟terrone” che hanno costruito un capolavoro invidiato dall’Europa.
Come per la cattedrale di Chartres o il duomo di Milano che videro affluire maestri d’ascia, scalpellini e capimastri dalle terre più lontane, quello nel ‟teatro rosso” di Bari è un lavoro che non si consuma affatto all’interno ma nobilita e coinvolge un’intera regione. Operai di Gravina di Puglia, tecnici di Altamura, muratori delle Murge, falegnami del Salento. Ma soprattutto Bari, che in un anno ha vissuto un crescendo di mobilitazione. ‟Ma quando lo aprite sto c... di teatro?” scherzavano fino a ieri gli automobilisti gridando dai finestrini aperti davanti all’ingresso. Oggi si suona il clacson come ai cortei nuziali e i pedoni tifano ancora "Forza Petruzzelli", per dire "bravi ragazzi" agli operai infreddoliti tra i bulldozer, le betoniere e gli ultimi ponteggi. Quel sipario che non si apre è uno sfregio a San Nicola, a Bari, al tutto il Paese.
Della platea dove avevano cantato Pavarotti, Sinatra e Ray Charles, era rimasto solo un cratere fumante, e per rifarlo uguale s’è dovuto cercare in un cimitero di macerie. Individuare, catalogare e interpretare le decorazioni superstiti, carbonizzate e monche, ricostruire i pezzi mancanti da fotografie o da stucchi di altri teatri. Poi s’è messa in piedi una bottega, in un capannone di duemila metri quadrati, e una trentina di giovani restauratori e diplomati in belle arti vi hanno lavorato dodici ore al giorno, feste incluse, per produrre i pezzi originali nel modo più fedele. Centoquindici modelli - grifoni, aquile, teste di leone, arpie, motivi floreali, putti alati - attraverso un sistema complicato di calchi, stampi in gomma siliconica, stucchi e un gesso ultraleggero. Il tutto senza produzioni in serie, con persino i pezzi ‟gemelli” ritoccati a mano per evitare un effetto Disneyland.
Il loggione abbraccia uno spazio perfetto che annulla la vertigine, invita quasi a spiccare il volo in mezzo a una folla di sileni, cariatidi e ninfee dorate che gesticolano sporgendosi dai palchi. Centoquindici modelli, centoquindici calchi, centoquindici attimi di trepidazione moltiplicati ciascuno per dieci o venti: tanto numerose sono le figure aggrappate alle passerelle e ai costoloni del teatro-transatlantico di Bari. ‟Non si finisce di imparare, siamo sempre emozionate come la prima volta” sorridono Stefania e Angela, bellezze mediterranee in cima a una balaustra, intente a perfezionare la tinteggiatura di un grifone.
Il restauratore Maurizio Lorenzoni: ‟Non c’era né un’esperienza, né una statistica, né una bibliografia ad aiutarci. Le prime settimane sono state sconfortanti, stavamo lì a guardar le foto milioni di volte a caccia di dettagli, con la paura di non trovare abbastanza e quindi di interpretare troppo. Poi, verso aprile, un po’ di speranza c’è venuta. Siamo entrati a regime. I restauratori hanno capito che non potevano modellare come i ragazzi della scuola d’arte, e quelli della scuola d’arte hanno capito di non poter modellare senza il confronto con un restauratore. È stato un perfetto lavoro corale, senza solisti, dove nessuna figura poteva prescindere dalle altre”. Supera un groppo di emozione: ‟Ora che tutto è pronto, posso dirlo: in teatro c’è l’opera compiuta, ma l’anima è rimasta lì, nel vecchio laboratorio che purtroppo è stato già smantellato”. Maria Micchitella, pure restauratrice, ricorda quest’anno folle in fabbrica. ‟Ci portavo mio figlio di nove anni, perché imparasse il senso dell’arte e il gusto del lavoro ben fatto”.
Ancora trapani, colpi, richiami, ronzìo di saldatrici che sale dal profondo. Ora stanno installando le poltrone, e in meno di tre ore il rosso dei velluti invade la platea, ripete il colore delle tappezzerie nei palchi, mentre i tecnici collaudano i bocchettoni dell’aria condizionata sul pavimento. ‟Abbiamo scommesso su questa nobile follia, e ce l’abbiamo fatta”, sorride stanchissimo il direttore dei lavori Giovanni Vincenti, senza accennare alla jattura di questo rinvio e nemmeno al paradosso su cui si fonda il suo lavoro, e cioè che senza l’incendio del ‘91 una ristrutturazione così moderna sarebbe stata impossibile.
‟Quel maledetto orologio ci ha tolto il sonno” scherza il capocantiere, Pino Festa, detto Modesto, di Gravina di Puglia. ‟Il bello è che ci siamo rovinati con le nostre mani, perché l’abbiamo installato noi. All’inizio cambiavamo strada per non vederlo”. In lui la fierezza per la macchina messa in moto si mescola con la tensione, tremenda, e col ruolo di cerbero che gli è stato imposto dal ministero. ‟Non mi faccia essere scortese - intima - ma deve uscire dal cantiere”. L’ingresso è vietato, specialmente a telecamere e giornalisti, ordine tassativo di Roma. Il miracolo di Bari non s’ha da vedere, altrimenti il sopruso si svela.
‟Vent’anni fa dovevano fermare il Petruzzelli, non oggi” sorridono Antonio Manzari e Vito Amoruso, macchinisti di scena, e raccontano come ai bei tempi le strutture del palcoscenico stessero in piedi solo per intercessione di San Nicola. Altro che condizionamento: c’era solo il lucernario che si tirava su a mano, con gli argani, per dare aria alla sala. Per non parlare dello schifo sulle mura perimetrali, consentito dagli stessi privati cui oggi si vorrebbe restituire il teatro: un benzinaio e un autolavaggio. Una discarica di oli minerali, un pub-birreria, un brutto rimessaggio di barche. Era la faccia del vecchio Sud, che oggi qualcuno rivuole suddito e rassegnato come prima. La gente ha mangiato la foglia: ha capito che a Milano o Venezia un sopruso simile non si sarebbe potuto infliggere, e pensa che dietro al Petruzzelli ci sia una partita più grande. ‟Chi ha incendiato il teatro è libero, e la città che l’ha ricostruito viene punita”, ringhia Mario Tucci, un bancario in pensione che ha raccolto migliaia di firme per l’apertura il 6 dicembre. ‟Non esiste solo la pizza, il Sud chiede cultura”.
Piove forte, ma gli uomini non mollano, ora installano le ultime cancellate. I passanti guardano intabarrati, sentono che il Petruzzelli è diventato simbolo, icona e bandiera, come il Ponte di Mostar o le Torri Gemelle a New York. Arriva anche il sindaco Michele Emiliano, roccioso ex magistrato antimafia, che ha combattuto fino all’ultimo per la riapertura nei tempi stabiliti guadagnandosi un’onda formidabile di consenso. Mastica amaro: ‟Nel giorno di San Nicola non posso buttarla in rissa perché il teatro non apre”.
Che Sud era quello del 1903, quando il teatro fu costruito. C’era una borghesia solida, laica, che non intrallazzava in tangenti ma investiva in opere pubbliche e cultura. Il Petruzzelli fu fatto da mercanti, su copione francese. Era apertissimo al popolo e mai ebbe palchi reali. Sul suo parquet fu un susseguirsi di epoche: i primi film sonori, i concerti del tenore Tito Schipa, i ballerini del Bolshoi, il grande Mario Del Monaco che arrivava in Rolls Royce. Vi passarono il Kaiser di Germania, Benito Mussolini mascella volitiva, le truppe alleate con il "boogie woogie" sulla strada verso Montecassino, attrici d’avanspettacolo. Una leggenda metropolitana narra che negli anni Sessanta bastasse allungare un bigliettone alla maschera per trasformare senza noie il palco in un’alcova.
‟Quando si aprivano gli abbonamenti, la coda era così lunga che non si smaltiva in giornata”, racconta Pinuccio Scotti, che al Petruzzelli ha lavorato negli anni Settanta e ora sta alla biglietteria del Piccinni, l’altro teatro d’opera comunale. Anche lui va a vedersela, la sua creatura, appena ha un po’ di tempo, e non ha esitazioni: ‟Il teatro di oggi - ammette - è molto più bello di quello di prima”. È notte da tre ore, ma dentro si lavora ancora al collaudo delle luci e degli impianti di sicurezza. Per strada c’è Vito Longo, amministrativo della Fondazione Petruzzelli, commosso. Ricorda le ore del rogo, diciassette anni fa. ‟Non sparì solo un teatro, ma la nostra casa. Pezzi di vita sono andati in cenere là dentro, e ogni barese lo sa. Per questo anche l’ultimo degli operai, qui, ce l’ha messa tutta”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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