Non vedevo Capossela dai tempi dell’album Canzoni a manovella. Più o meno cinque anni fa. Era stato un incontro fugace, quasi senza parole, davanti all’imbarazzo di un ascensore che tardava a raggiungere il piano. Era una notte dopo San Siro, avevano giocato non so più quale partita di pallone e per Vinicio il calcio è sempre come Natale.
Lui stava con la schiena appoggiata a un muro, vestito di scuro come il buio fuori nel quale il suo spirito di clandestino forse sperava di andare a nascondersi in fretta. Indossava un mezzo cilindro nero schiacciato sulla testa, una giacca di due misure più ampia e lo sguardo di chi, come dice una delle sue ultime canzoni, aveva appena fatto un tuffo a piedi pari nella vasca del Campari. Ne era uscito miracolosamente vivo e pieno di incanto. Lo ricordavo non grasso, ma paffuto sì, come quei giovani uomini che la routine arrotonda prematuramente perché hanno smesso di inseguire qualcosa o qualcuno, anche soltanto se stessi. Oggi lo ritrovo prosciugato. Magro, più lungo della sua statura, la bella faccia da hidalgo affilata come una lama, i capelli un po’ più radi lanciati come torpedini nell’aria. I suoi occhi sono intelligenti. Sono occhi tristi e buoni. Parla con un certo affanno, come se il respiro fosse affaticato dal peso dei pensieri che è costretto a trasportare.
È in atto in lui una trasformazione, una delle tante. Questa, appare chiaro, è una di quelle che lo stanno consumando. ‟Si dice che ogni ventinove anni si ricomincia da capo…”. La sua cabala è troppo stramba per illudersi di ricomporre la sciarada dei numeri e delle date. Bisogna accontentarsi di sapere che è giunto il momento. E basta. Capossela ha quarant’anni. ‟L’età in cui si inizia a non fare. Dopo i quarant’anni ci si può finalmente risparmiare qualcosa e occuparsi solo delle cose che ci interessano davvero. Gli eroi della mia gioventù si buttavano in imprese che mi terrorizzavano. Erano sulla fiamma. Con la mano sul fuoco parlavano del fuoco. Grandi viaggi, matrimoni, figli. E magari a trent’anni avevano già mandato tutto a puttane. Io me ne stavo a casa, buono buono. Mi sentivo inadeguato, tagliato fuori. Ho un amico, Giorgio Bettinelli, che ha girato tutti i continenti in Vespa. Da un po’ di tempo penso a lui con invidia perché io non ho dedicato la mia vita all’andare, ma all’artificio. Mi mancano tutte le strade che non ho percorso. Sarebbe ora che seguissi la legge del mio benzinaio. Un grande saggio. Mi raccomanda sempre di ricordare che la vita ci ingravida e la strada ci adotta”.
In strada c’è stato anche questa mattina, era la strada del suo quartiere. È rientrato all’alba da un concerto. Ha fatto la spesa: un melone, pomodorini, prosciutto crudo, una focaccia ‟per ungersi un po’ le mani”, qualche bottiglia di Oberdorfer ‟perché la birra è diurna”. Il vino, immagino, notturno. Capossela abita dietro la Stazione centrale di Milano. Via Scarlatti, primo piano. È una casa d’ombra e di arredi sghembi, non si affaccia su grattacieli, mari, guglie e madonnine. La sua unica vista sono le voci. Voci straniere che arrivano dai balconi vicini attraverso una tenda verde sollevata per metà. Ci vuole poco per scoprire il trucco della poesia, l’orizzonte lontano sulla linea del quale si distende un panorama all’apparenza così angusto. Il Medio Oriente, l’Africa, la Cina. Serve solo un po’ di orecchio. Su una parete del suo studio - vecchio tavolo tarmato, televisore abbandonato sul pavimento, maschere, mostri e semidei che occhieggiano da diverse altitudini - ha appeso la mappa dell’Impero romano all’apice della sua gloria. Anche quello era il mondo. Nei giorni scorsi ha saccheggiato un sopravvissuto negozio di vinile e comprato un nuovo giradischi Marantz per sostituire il caro estinto della Technics.
Sono le due del pomeriggio, la focaccia unge le dita e Bob Dylan canta Romance in Durango. Capossela indossa una camicia scozzese a quadri rossi e blu e una canottiera bianca da muratore con qualche buco sulla pancia. Proprio una canotta infeltrita da muratore, non di Dolce e Gabbana. ‟Ogni stagione ha la sua musica”, dice. ‟Se la mia prossima stagione sarà quella della partenza, come tanto mi auguro, e se significherà lasciarsi alle spalle qualcosa, allora sceglierò i Rolling Stones, Dylan, Mark Ribot, Howlin’ Wolf. Li terrò con me. Mi ha sempre affascinato la frontiera. Quand’ero piccolo il mio mito dei fumetti era Ken Parker di Berardi e Milazzo. Mi riconoscevo nelle sue avventure, incarnava il mio immaginario ideale. Più tardi ho inseguito le affinità paesaggistiche che uniscono la tragedia greca, il niente sotto il sole di Edipo, e il cinema western, ma anche gli sterpi sassosi delle periferie romane. Sono un visionario che ha bisogno di un suo deserto per essere più virilmente visionario, un luogo dal quale farsi permeare, dove lasciarsi crescere la muffa addosso, e dal quale puoi tornare indietro con le tavole della legge o con due locuste. Ma come va a finire è sinceramente la cosa meno importante”.
Bob Dylan canta Black Diamond Bay. La verità è che Capossela non può fuggire da sé. E infatti eccolo ammettere che forse è stato proprio lui il maggiore ostacolo a una vita diversa. Prendiamo, per esempio, il mezzo del viaggio. L’automobile. ‟Ho una vecchia Saab 900 decappottabile del ‘94 che ha sempre sul rosso le spie della benzina e della temperatura. Mi affeziono alle cose, mi piace ripararle e quando mi allontano definitivamente da loro non riesco a raggiungerne delle altre”. Ci sono uomini spezzati che nessuno ripara più e che partono per viaggi di soli ritorni. Cercano un posto, sempre lo stesso, accarezzano orme di persone uniche al mondo transitate come comete, quindi impossibili da incontrare una seconda volta nell’arco corto di una vita. Sono uomini dolenti e ricchi. Consapevoli che non ci può essere una vita senza dolore.
Bob Dylan canta Sara. I vecchi già lo sanno e anche gli alberghi tristi, canta invece Capossela. ‟La sofferenza più grande che la vita infligge agli uomini è la separazione durante il loro percorso esistenziale. Separazione dalle persone, dai luoghi, dalle età. È una ferita che resta aperta tutta la vita e che potrà guarire solo con il riposo, soltanto allora la distanza si colmerà. Non so dare una definizione univoca alla parola dolore. Credo sia una forza d’attrito, la resistenza dell’uomo ai cambiamenti. Il dolore viene provocato da una frattura, dalla non coincidenza di qualcosa, è il nostro essere incapaci di armonizzare la discontinuità”.
I dolori di Capossela galleggiano come rimpianti tra i flutti della memoria. Lui dice che a volte sono balene che vengono su a respirare poi si inabissano per centinaia di chilometri. Risalgono e s’immergono in continuazione. L’amore, per esempio. L’amore lo ha fatto sposare. Una volta. Sembra tanto tempo fa. Non è andata bene. Davanti al suo silenzio si può soltanto immaginare. ‟Dovevo diventare migliore per lei e grazie a lei, non ci sono riuscito. Oppure ha semplicemente ragione chi sostiene che la vita è bellissima, poi ci si sposa”. L’amore un giorno lo ha preso per mano e l’ha accompagnato a Milano dopo Hannover dov’è nato e Scandiano dov’è cresciuto ragazzo. Il disamore, o l’amore che resta in forma diversa ma non per questo meno struggente, lo tiene ancorato qui, tra la Padania e l’Africa, nell’illusione di un altro ritorno che probabilmente non avverrà. ‟Hanno deciso per me l’ineluttabilità di una passione e l’ineluttabilità di un’assenza. In età adulta le richieste nei confronti dell’amore diventano più potenti e anche più annichilenti. Più alta è la vetta più ci fa male il tonfo”.
Mi viene in mente ancora una sua strofa. Ma resta monca. A un certo punto ricordo che dice: la polvere sul cuore. Vinicio mi viene in aiuto: ‟La polvere è il simbolo concreto della nostra caducità. Il lavoro della polvere è l’unico che non conosce soste. Tutto nasce e muore nella polvere. E nessuno ricorda i nomi dei primi né di quelli che verranno. La vita mi ha dato un dono e in cambio mi ha chiesto di pagarle pedaggio. Mi ha riempito la testa di cose da raccontare e come contrappasso mi ha diviso in una moltitudine, mi ha frammentato in tante persone. Così cerco di curarmi degli altri, ma mi accorgo che si tratta di una cura limitata”.
Dylan canta Hurricane. Capossela racconta dell’amicizia. ‟È il sentimento che ha occupato più posto nella mia esistenza fino ad adesso. L’amicizia è empatia, è simpatia, è riconoscimento. Può limitarsi a un episodio più o meno lungo oppure diventare un lusso quando riesce ad assumere una dimensione epica come quella di Robert De Niro e James Woods in C’era una volta in America di Sergio Leone. E durare dall’infanzia alla morte”. Chi meglio di un pittore di soldatini di piombo poteva incarnare l’epica di Capossela? Eppure è così, il suo amico del cuore pittura le divise di fanti e granatieri, di lanzichenecchi e generali. Tutto Napoleone in un bottone. ‟Nel suo mestiere è il più bravo dell’universo. Due qualità su tutte: la grandezza in una miniatura e un matrimonio un po’ più serio del mio”.
Dylan canta Isis. Capossela preferisce scrivere che cantare. Per due anni, nel 2003-2004, fino a quando da Feltrinelli è uscito il suo libro Non si muore tutte le mattine - un multistrato, lo definisce lui - non ha fatto concerti. ‟Io sono uno scrittore, divento un cantante quando avverto il bisogno di dare una forma pubblica ai miei versi. Ho pensato che un giorno non canterò più. Il mio desiderio più grande e anche un po’ mancato è di avere un barrio dove anche le stelle sulle case dei miei vecchi mi diranno: fermati qui. Sono fantasmi che ho così fortemente immaginato che li ritrovo anche se non esistono”.
Il suo viaggio è ipnosi, gli piacciono le ombre cinesi e le porte a vetri degli anni Sessanta dentro le quali ciascuno vede ciò che preferisce immaginare. È la Bibbia senza Terra promessa. È Ulisse senza la sua Itaca. Viaggia per tornare, ma non sa ancora qual è il luogo che lo sta aspettando. Dylan canta One more cup of coffee. Capossela conferma che nel suo futuro vorrebbe un po’ più di realtà e un destino normale, ma i suoi fantasmi buoni continuano a tirarlo verso i loro lenzuoli e le sue visioni. ‟Il mio prossimo lavoro sarà nelle terre delle mie origini, la valle dell’Ofanto. Si chiamerà Il disco della Cupa, saranno canzoni buie, agresti e selvatiche. Di volpi, di lune e di sortilegi”.
Più tardi, si vedrà. ‟L’importante è sapere che la biga è meglio del pulpito, che i profeti sono sempre a portata di mano e che i mariachi si possono ancora ingaggiare a prezzi ragionevoli quando si litiga con la propria donna o ci si ubriaca male”. A vent’anni si è malati di realismo, diceva Pasolini, a quaranta si è più visionari e si ha maggior pudore nell’abbandonarsi alla malinconia delle cose perdute, delle case non edificate, dei figli non partoriti, degli alberi che non si sono piantati. ‟Oggi tutto è una famiglia”, dice Capossela, ‟anche quattro naufraghi su una zattera”. Il ragazzo dal cerchio spezzato forse tra ventinove anni, magari prima, ricomincerà da capo ancora una volta. E forse, finalmente, smetterà di costruire i suoi muri sulla sabbia per avere a tiro l’onda. O forse no.

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