"Quando il Parlamento lavora, il Presidente tace". Parole del presidente della Repubblica. Potere della parola. Il verbo "lavorare" dà l’idea di un Parlamento dove si discute, si confrontano le idee, si avanzano progetti legge, si correggono, si emendano, eventualmente si ritirano. Tutte cose che esistono nei parlamenti delle regolari democrazie parlamentari. Ma non certo in Italia. Nel nostro paese il Parlamento serve soprattutto per approvare le leggi volute dal presidente del Consiglio. Più che un Parlamento assomiglia a un tribunale plenario, nel merito a qualcosa di castrista: o mangiare questa minestra o saltare dalla finestra.
In sé tuttavia le parole sarebbero corrette. Mi piacerebbe che chi di dovere parlasse anche quando il Parlamento "non lavora". Quando esso è ridotto a una videocassetta registrata clandestinamente in una villa brianzola.
O quando il presidente del Consiglio dichiara alla stampa che "una parte della magistratura è un cancro che deve essere estirpato". Lì, chi di dovere, prende la parola che gli compete, appare in televisione, che per definizione è democratica e pluralista e non gli può certo rifiutare la parola perché non si tratta di Enzo Biagi o di Santoro, licenziati in tronco, e dice più o meno (non metto le parole tra virgolette perché non oserei mai mettere le parole in bocca a chi di dovere): italiani, è stata fatta una affermazione gravemente eversiva che ho il dovere immediatamente di censurare e respingere anche perché io, per ruolo istituzionale, sono il capo della magistratura. E così come sono il capo di tutti gli italiani, di quelli che piacciono al presidente del Consiglio e di quelli che non gli piacciono, sono anche il capo di tutta - e sottolineo tutta - la magistratura, dunque anche di quella parte che è stata definita un cancro, definizione ingiuriosa, anticostituzionale e intollerabile. Dopo di che chi di dovere tace e lascia "lavorare" il Parlamento.
"Do not disturb" appeso dal Quirinale sulla porta dell’estate ha dato il via al tormentone che ci perseguita dalla prima legge voluta da Berlusconi da che il suo governo si è messo "al lavoro": firma, non firma, firma, non firma, firma. Il tormentone è in gran parte dovuto alla palindromica interpretazione a cui si prestano le parsimoniose parole presidenziali prima che la legge sia discussa in Parlamento. Ad esempio egli si dice favorevole al pluralismo. Ma che cosa di più pluralista della legge Gasparri, sostiene Gasparri, che crea mille televisioni? A quale pluralismo si riferisce Ciampi? Come è noto il palindromo è una parola che si può leggere tanto da sinistra quanto da destra e l’antichità ha fatto grande uso di espedienti retorici di questo tipo, come nelle sentenze delle sibille, alle quali il condottiero romano andava a chiedere previsioni prima di partire in battaglia. "Ibis et redibis non morieris in bello" parlando le virgole non si vedono, e in questo caso dipende dove cadeva la virgola. Se la si mette prima delle "non", la sibilla voleva dire "andrai e ritornerai, non morirai in guerra". Se la si mette dopo il "non", voleva dire "andrai e non ritornerai, morirai in guerra". La virgola tormenta sul Corriere del 30 luglio Piero Ostellino, giornalista, già di per sé pieno di dubbi (una sua rubrica si chiama il dubbio) e il cui articolo si intitola : "Ciampi e la legge tv. Dubbi sulla firma". A differenza della stampa indipendente europea, la cui funzione è soprattutto informare e commentare, la stampa indipendente italiana ama dare consigli, è premurosa e materna. Consiglia Ostellino: "Saggezza vorrebbe, a questo punto, che il centrodestra correggesse la direzione di marcia della legge e il centrosinistra mostrasse una certa saggezza di fronte al cambiamento. La maggioranza dovrebbe eliminare il vizio di incostituzionalità ed evitare di innescare l’incendio istituzionale, non mettendo il presidente della Repubblica nella condizione di doverla rinviare alle Camere.
L’opposizione dovrebbe, per parte sua, astenersi dal tirare per la giacca Ciampi e, malgrado le eventuali modifiche, apportate alla legge, farne una battaglia parlamentare".
Anche se non sono la persona adatta vorrei rassicurare chi è tormentato dai dubbi e teme l’innescarsi di incendi costituzionali. Non sono un opionionista e rifuggo le teorie politiche. Mi baso umilmente sull’esperienza, che vale quel che vale. Da quando esiste il governo Berlusconi, non ho mai visto "incendi istituzionali". Neppure fuocherelli. Perché dovrebbero scoppiare proprio ora, che la partita volge al termine e il risultato non si può più cambiare. Autocombustione estiva? E quanto alla giacca di Ciampi, che è stata l’altro tormentone di questi ultimi anni, nemmeno che il presidente della Repubblica fosse un’indossatore, mi sembra una giacca con una stiratura perfetta: non fa una piega.
Quello che mi sembra esemplare come agonia di una democrazia è piuttosto l’azzeramento del ruolo presidenziale voluto da molti. Una repubblica parlamentare è come una partita giocata da due squadre che di comune accordo hanno assegnato all’arbitro il ruolo di garante della correttezza del gioco. E con lui collaborano dei guardialinee che hanno il preciso compito di segnalare all’arbitro gli eventuali falli dei giocatori. Che qualcuno del pubblico si preoccupi se all’arbitro vengono segnalati i falli perché ciò costituisce per il povero arbitro una seccatura, non significa affatto rispetto per l’arbitro. Al contrario. Significa ridurlo a una figurina insignificante che sta insensatamente in mezzo al campo. Fino a che qualcuno, magari gli stessi che non volevano fosse disturbato, si chiederanno: ma cosa ci sta a fare quel signore in mezzo al campo? Questa è la vera maniera di spianare la strada a un arbitro con poteri di decisione insindacabili, quegli arbitri che non hanno bisogno di consultarsi con i guardalinee. Forse allora si potrà addirittura giocare la partita senza la palla, come in "Blow up" di Antonioni. Tanto in quale rete è finita la palla lo potrà dire solo l’arbitro. E non ci saranno più dubbi per nessuno.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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