Bagdad - «Colpire i collaborazionisti è ancora più giusto che colpire gli invasori». Così Saddam Hussein (o chi per lui) torna a farsi sentire. E lo fa con l' ennesimo nastro registrato (almeno il settimo dalla fine della guerra) consegnato alla televisione satellitare del Dubai, Al Arabiya (in passato ha usato anche la più popolare Al Jazira). Oggi, come in precedenza, restano dubbi sull' identità dell' autore, ma in genere gli esperti locali e quelli del Pentagono tendono a credere che siano autentici. Puntuale la replica della Casa Bianca: «E' solo propaganda - ha detto ieri George Bush -. Noi non ce ne andremo. Resteremo qui finché non avremo finito il nostro lavoro». E Paul Bremer ha aggiunto: «Saddam non conta più in Iraq, ma sarebbe importante prenderlo, ucciderlo». La differenza maggiore con il passato è però che il nuovo messaggio arriva in un momento in cui l' offensiva del terrorismo e della guerriglia sta creando gravi difficoltà agli americani. E Saddam si rifà vivo in toni trionfanti. «Gli Stati Uniti si erano illusi e avevano fatto credere che l' invasione dell' Iraq sarebbe stata un picnic. Si sono sbagliati di grosso, sono impantanati in un binario morto», annuncia dunque il messaggio. Poi aggiunge minaccioso: «La terra e il fuoco dell' Iraq glorioso che Dio ha benedetto con il dono della Jihad (la guerra santa, ndr) inghiottirà centinaia di migliaia di truppe straniere che non raggiungeranno mai i loro obbiettivi». Ma il punto più grave è il rinnovato appello all' assassinio dei «collaborazionisti», che lavorano con l' amministrazione Usa. Grave perché proprio l' insicurezza generata dall' ondata di attentati contro la polizia irachena, i traduttori al servizio della coalizione, e gli stessi membri del consiglio provvisorio nominato dal governatore Usa, Paul Bremer, lo scorso 13 luglio, stanno mettendo in ginocchio il funzionamento delle istituzioni del nuovo Iraq. Segnale di questo malessere è stata la decisione presa dallo stesso consiglio due giorni fa di accelerare il passaggio delle consegne inizialmente previsto secondo una rigida scaletta: prima la Costituzione, poi libere elezioni e infine formazione di un esecutivo iracheno. Ora invece si annuncia la creazione nei prossimi mesi di un' assemblea di transizione (una specie di Loya Jirga afghana) destinata a eleggere un governo provvisorio entro giugno 2004, a sua volta incaricato di stendere la Costituzione e infine traghettare il Paese alle elezioni alla fine del 2005. Solo di una cosa sono certi gli americani: anche con il governo di transizione le loro truppe non se ne andranno. «Il nuovo calendario politico riguarda gli aspetti del governo, non della sicurezza», ha detto durante la sua visita in Giappone il segretario Usa alla Difesa, Donald Rumsfeld. «Nel giugno prossimo le nostre truppe non saranno più una forza di occupazione, ma una forza richiesta», ha rincarato Bremer. Tutto ciò mentre i comandi Usa hanno deciso di passare al contrattacco in tutto il Paese. Con l' operazione denominata «Iron Hammer» (martello di ferro), si opta per una strategia molto più aggressiva, con attacchi preventivi e raid aerei. Così ieri per la prima volta è stato utilizzato un missile della gittata di oltre 250 chilometri che ha colpito una base di addestramento della guerriglia a nord di Kirkuk. Gli americani intendono fare di tutto per porre fine anche agli abbattimenti dei loro elicotteri (5 in 3 settimane e mezzo, con la morte di 39 soldati), iniziando da rastrellamenti su larga scala. Ieri sera si sono udite almeno 5 forti esplosioni nel cuore di Bagdad, che si ritiene possano essere attacchi preventivi sulle località usate dalla guerriglia per sparare colpi di mortaio contro il quartier generale Usa.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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