Alle nove di mattina del 6 giugno Bassem Yusef Salem sta arrivando in auto come ogni giorno al cancello della sua ditta, la Yaffe nel centro di Bagdad. "Poco prima dell'entrata mi si affianca un'auto della polizia. Non noto nulla di strano, gli agenti sono in uniforme, il veicolo appare pulito, con i numeri di targa ben in vista. Così, quando mi ordinano di accostare, obbedisco subito. Un ufficiale con fare corretto mi dice che devo andare con loro per accertamenti. Dicono che sono sospettato di finanziare i terroristi. Protesto debolmente. Ma loro mi dicono: venga per un breve accertamento e se ne tornerà in ufficio". Lui ancora li segue. E meno di 10 minuti dopo si ritroverà ammanettato, gettato sul pavimento dell'auto, tramortito da un colpo alla testa. Rapito da una banda di criminali, una tra le migliaia che infestano l'Iraq dalla fine della guerra. La detenzione durerà nove giorni, tra minacce di morte e speranze di liberazione immediata. Alla fine, dopo aver pagato 75.000 dollari, tornerà a casa. Una storia come tante. Resta tutt'ora sconosciuto il numero di iracheni rapiti, praticamente nessuno va a fare denuncia alla polizia. Ma sono un vero esercito. Piccoli commercianti, artigiani, imprenditori, bambini, figli di chiunque venga considerato in grado di pagare anche poche centinaia di dollari, ragazze, sulle quali oltretutto pesa il tabù della violenza carnale. Un incubo per tutti. Basta vivere per qualche tempo nel Paese per sentire il racconto di un rapimento, accaduto a un vicino, all'amico di un amico, a un collega di lavoro. La vicenda di Bassem Yussef Salem ha la particolarità che lui è un imprenditore molto conosciuto. Ingegnere civile, 46 anni, 5 figli, la sua azienda opera con tre società nel campo edile, commerciale e dei lavori pubblici. Nel 1999 Saddam Hussein gli aveva affidato la costruzione della Al Rachman, la moschea più grande di Bagdad, che ancora oggi con i muraglioni di cemento grezzo e le gru abbandonate domina incompiuta nel cuore della città. "Mi conoscevano anche i banditi. E sapevano che potevano puntare alto. Appena salito sulla loro macchina mi dicono che devo chiamare mio fratello e chiedere un milione di dollari", ricorda. La trattativa va per le lunghe. Un milione di dollari sono una fortuna in questo Paese dove lo stipendio mensile medio si aggira oggi sui 150 dollari e il tasso di disoccupazione resta incollato al 45 per cento. Così Bassem cerca di negoziare. Ci vuole poco per scendere alla metà. I giorni passano. Lo spostano in tre covi diversi. Evidentemente sono gente ben organizzata. "Tra loro c'erano criminali di bassa lega, violenti. Ma anche professionisti, forse ufficiali dei vecchi servizi segreti di Saddam, sapevano come interrogarmi, erano gentili, si erano documentati sull'elenco dei miei possedimenti". Alla fine si accordano per 150 mila dollari. Ma lui tratta ancora. E arriva a 75 mila. "Volevano i soldi, subito. Capii che non mi avrebbero ucciso. Ma avevano bisogno di incassare", raccontava ieri tra gli amici dello Hunting Club, uno dei più esclusivi di Bagdad. Domani si riuniranno per festeggiarlo. E per brindare anche alla speranza del ritorno della sicurezza con il passaggio dei poteri al nuovo governo iracheno. Perché per Bassem come per i suoi amici al club il ritorno alla normalità potrebbe essere questione di mesi. "Ordine e sicurezza torneranno solo con la nuova polizia e il reclutamento dei vecchi agenti che erano stati licenziati dagli americani", spiegano. Ancora non si fidano però. Lui non ha neppure pensato di fare denuncia alle nuove autorità. "Non serve a nulla. Sono ancora troppo disorganizzati", spiega. Ma ha già assoldato sei nuove guardie del corpo: quattro per sé e due per i figli. E non si fida perché è ancora "scottato" dall'amministrazione del Consiglio di governo che era stato scelto dagli americani un anno fa e ora cede il posto al nuovo gabinetto Allawi. "Nel vecchio Consiglio sedevano veri banditi della risma di Ahmed Chalabi,l'ex protetto dell'amministrazione Bush. Non è neppure escluso che qualcuno dei suoi uomini sia stato coinvolto in azioni criminali per finanziare le loro attività nel Paese. E forse anche nel mio rapimento", dice con un filo di voce. Un parere diffuso tra i suoi amici nel club. E un motivo in più per credere nel futuro: "Entro un anno anche l'incubo dei rapimenti potrebbe essere diventato un fantasma lontano".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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