La Torretta aveva letto per gran parte del tempo. "Stava preparando un esame all'università e, se il lavoro lo permetteva, cercava di portarsi avanti". La Pari invece era impegnata a cercare un maestro iracheno in grado di andare nelle scuole elementari per un programma di educazione igienica ai bambini. "A parte qualche telefonata e un breve incontro a metà pomeriggio con due dipendenti iracheni di una Ong francese, era rimasta immersa in una pila di curriculum vitae". La cronaca dell'ultimo giorno delle due Simone nell'ufficio di "Un Ponte per..." raccontata dai loro collaboratori locali. Nessuno vuole dare il proprio nome. "Non si sa mai", la paura è troppa. Ma i ricordi sono infiniti, con dettagli di consuetudini e amicizie maturati in tanti mesi di lavoro in quelle tre stanzucce al piano terra della villetta affacciata su un giardino per nani. Quel maledetto martedì 7 settembre l'ufficio apre come sempre alle 9 di mattina. "Quando arrivo, le due Simone sono già davanti ai loro computer. C'è da fare, mi dice la Pari. Vuole che prepari una lunga serie di lettere in arabo per il ministero dell'Educazione sul progetto della sanità nelle scuole". Parlano brevemente, poi la Pari inizia a scrivere un rapporto di valutazione sulla quarantina di istituti dove "Un Ponte per..." aveva condotto in agosto il programma delle scuole estive. Su un foglio trovato sul suo tavolo appena dopo il rapimento si leggevano poche frasi: "Ai bambini sono stati fatti corsi sul corretto uso dell'immondizia. Quando siamo arrivati la prima volta, la loro scuola era imbrattata da grandi murales che riproducevano bambini armati e carri armati. Li abbiamo coperti e i bambini hanno fatto nuovi disegni sul tema dell'acqua. Insegnamenti per una dieta equilibrata: nelle merende sono stati inseriti frutta secca e succhi naturali". La mattina procede in allegria. "La Pari era calma, contenta, ridevamo tutto il tempo. Cercava un bravo professore in grado di gestire i corsi di educazione sanitaria. Ma voleva anche che conoscesse i diritti fondamentali dei bambini, diceva sempre che qui sono in pochi a saperne qualche cosa". La Torretta legge tranquilla. Sino a mezzogiorno e mezzo per la pausa pranzo. Qualcuno dei dipendenti va a casa. La Torretta sale al primo piano per mangiare con il personale che resta. La Pari, come al solito, mangia solo frutta e yogurt mentre sta al computer. Stanno prendendo il caffè tutti assieme quando una delle dipendenti torna raggiante dal ministero dell'Educazione. "È fatta! Hanno approvato tutti i nostri progetti", grida contenta. "Ottimo, dobbiamo festeggiare, andiamo a comprare bibite e dolci", esclama la Pari. Ma proprio in quel momento la dipendente riceve una telefonata. "Hanno assassinato a Mahmudyia il figlio della mia migliore amica", dice piangendo. La festa finisce. Cade il gelo. Esclama la Torretta: "Basta con questi massacri quotidiani. Organizziamo una manifestazione, andiamo in piazza". Ma i primi a opporsi sono proprio i dipendenti iracheni. "Io in piazza non ci vado proprio. Ho paura", dice una segretaria. Poi è la volta di una delle ingegnere: "Ma voi due, cosa fate ancora qui? Partite, adesso che potete. Non vedete che potete in ogni momento essere rapite o uccise? Se io avessi il vostro passaporto me ne sarei andata da tanto tempo". Risponde la Torretta: "Ma siamo qui per aiutare gli iracheni. Noi siamo con voi, nessuno ci farà male. Non ha senso". Replica l'ingegnera: "E perché, visto che anche gli iracheni sono uccisi, a decine, tutti i giorni? Quelli che possono partono. Non sono traditori come pensate voi. Semplicemente si mettono in salvo". Sono discussioni trite e ritrite. Se ne parlò ai primi di aprile, quando scoppiarono le sommosse di Najaf e Falluja e le due Simone alla fine decisero di andare ad Amman per un mese. Poi erano tornate dopo la morte di Enzo Baldoni. L'ultima volta si era tenuta una riunione apposta dopo lo scoppio di una bomba di mortaio vicino all'ufficio nella notte del 4 settembre. "State rischiando troppo. E noi con voi. Per favore, partite almeno per un breve periodo", chiedeva gran parte del personale. Anche quell'ultimo mezzogiorno era stata la Pari a dire l'ultima: "Nemmeno per sogno. Noi si resta con voi. Il lavoro va avanti". E quel pomeriggio era ripreso in allegria. La Pari aveva ricevuto alcune telefonate. Sempre davanti al suo computer, sempre impegnata. La Torretta ha letto ancora un poco il suo libro, poi si è messa a scherzare con una segretaria. Alle 16.20 se ne vanno i due iracheni dell'organizzazione francese, dopo 20 minuti di colloquio con la Pari per una possibilità di cooperazione nelle scuole. Tra poco dovrebbero restare in ufficio solo le due Simone. Alle 17.00 si chiude, anche se loro in genere non salgono nel loro appartamento al piano di sopra non prima delle 19.00. Nell'ufficio regna il silenzio quando alle 16.56 irrompe il commando di uomini armati. E nessuno fiata ai loro ordini. Catturare le due Simone con i due iracheni è un gioco da ragazzi.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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