Chi sostiene che non c’è più differenza, né genuina concorrenza, tra Rai e Mediaset sbaglia di grosso. Pare che le due major si siano contese, a suon di decine e decine di euro, la fidanzata di Al Bano signora Loredana Lecciso, ritenuta "il nuovo fenomeno del trash" per avere danzato scosciata, insieme alla gemella signora Raffaella, a "Domenica in". Il siparietto è stato giudicato orrendo a furor di popolo, e questo giudizio, insieme alle precedenti apparizioni della Lecciso in un reality-show di seconda fila e nel varietà-suburra "I raccomandati", le è valso la gloria televisiva. Già richiesta da "Domenica in" non più per danzare ma addirittura - si vocifera - per parlare, la Lecciso è stata tentata dalle offerte dello show concorrente, "Buona domenica". Finché, dopo ore convulse nelle quali ci s’interrogava se oggi pomeriggio sarebbero stati la Venier o Costanzo a potersi fregiare della sua già popolarissima mancanza di talento, la signora Lecciso ha comunicato ufficialmente: "Resto alla Rai". Fosse stato Costanzo a spuntarla, il colpo sarebbe stato doppio, perché "Buona domenica" ha già in scaletta, come piatto forte, un furente Al Bano, impegnatissimo a denunciare all’opinione pubblica l’insensibilità della sua compagna, che antepone alle cure materne il balletto licenzioso. Un eventuale incontro tra i due, con lite domestica in diretta, sarebbe valso due o tre punti di share nonché un telegatto per la peggior sceneggiatura comica del secolo. Il pubblico assopito e allocchito della domenica pomeriggio dovrà accontentarsi di un confronto a distanza, una specie di mini-reality a reti unificate. Che questa mesta vicenda sia confezionata da rotocalchi e (ahimé) autorevoli quotidiani come "il dramma di una donna costretta a scegliere tra famiglia e carriera", la dice lunga sul deperimento del concetto, un tempo sacro, di carriera. Possibile che non ci sia un cardinale Ratzinger che si erga a difensore della carriera, valore fondante della nostra società, oramai insidiata dal disordine morale? Più interessante, per i quarantacinque milioni di italiani (circa) che costituiscono l’enorme bacino di non-utenza degli show domenicali di Rai e Mediaset, sarebbe capire come diavolo funziona un sistema televisivo che non trova posto per Santoro o Biagi o Luttazzi o Guzzanti (spiace ripetere la solita tiritera, ma quella è) neanche se ballassero scosciati e avessero in corso una catastrofe coniugale, e si contende Loredana Lecciso per essere costei, nell’ordine, la mamma dei due ultimogeniti di Al Bano e il più recente e patetico caso di ossessione da video. A intingere il biscotto nelle acque reflue del gossip, della malasorte sentimentale, delle beghe perfino minori di quella manovalanza da video che gli sciagurati definiscono "i vip", Rai e Mediaset fanno a gara, secondo un disegno che, presumibilmente, intende alleggerire "la gente a casa" da soverchi pensieri, essendo "la gente a casa", per molte delle teste pensanti della televisione, il parco-buoi della pubblicità e niente di più. Ma, a parte che la pubblicità s’interroga sul ristagno dell’audience, e sulla sua scadente composizione, se la Lecciso è davvero (e pare proprio che lo sia) l’ultimo grido in fatto di televisione popolare, significa che il disegno di alleggerimento è già in odore di fallimento. Il siparietto Lecciso-Carrisi è infatti così tristo, e pesante, che ne sprigiona un clima tutt’altro che spensierato. Un clima di grevità e goffaggine ottimo solo per ingrassare gli archivi di Blob (sempre grazie di esistere), in quanto perfetto spot della bassezza formale e sostanziale di questo risicato scorcio d’epoca, che mette il bavaglio ai giornalisti e agli artisti e solleva le gonne delle povere signore Lecciso.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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