L’appello del presidente Ciampi alla salvaguardia del servizio pubblico radiotelevisivo pone un problema serio non soltanto ai giornalisti, che devono tenere la schiena diritta davanti ai poteri forti della politica e dell’economia, ma anche al vertice della Rai e al Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) che, sentite le valutazioni del ministero dell’Economia e del suo advisor, la Banca Rothschild, dovrà stabilire che cosa offrire al pubblico: se il 10 o il 20 o il 30 per cento della tv di Stato. Il problema è serio perché, nell’opinione del Quirinale, il servizio pubblico non deve essere subordinato alla ricerca degli ascolti a tutti i costi e alla logica del massimo profitto quando questi obiettivi, in realtà, dovrebbero costituire le normali finalità di una società televisiva finanziata, sia pur parzialmente, da investitori privati. Se ne deve concludere che Ciampi è contrario in linea di principio alla gestione privatistica, capitalistica della Rai che viene promessa a supporto dell’offerta pubblica dei suoi titoli? Questo il presidente non l’ha detto e dedurlo dal suo discorso al premio giornalistico Saint Vincent sarebbe un’indebita forzatura. Appare invece legittimo domandarsi se gli obiettivi così autorevolmente indicati, e a parole condivisi da tutti, siano davvero perseguibili proponendo al mercato i titoli di "questa Rai" dove il servizio pubblico si confonde, di ora in ora, con la tv commerciale, benché le due attività abbiano obiettivi intrinsecamente diversi e vadano giudicate l’una con il metro della politica e l’altra in base al rendimento del capitale investito. Forse non è un caso se il discorso di Ciampi arriva a nemmeno un mese di distanza dalla conclusione dell’indagine dell’Antitrust sul settore televisivo. L’Autorità presieduta da Giuseppe Tesauro non si era limitata alla denuncia del duopolio Rai-Mediaset ma aveva suggerito come porvi rimedio. Secondo l’Autorità, l’Italia dovrebbe adottare un regime simile a quello britannico con il servizio pubblico attribuito a una società finanziata dal canone (libera, dunque, di perseguire le alte finalità indicate dal capo dello Stato, come fa la Bbc) e la tv commerciale finanziata dalla pubblicità (pronta a perseguire il massimo utile possibile come esige la Borsa). Tesauro esorta ad arrivare a questa separazione societaria, come anche il ‟Corriere” aveva in precedenza suggerito, prima del collocamento delle quote di minoranza della Rai al pubblico degli investitori. Si tratta, va detto, di questioni non nuove. E la soluzione indicata apre altri, delicati problemi. Una Rai commerciale, sciolta dai vincoli attuali, rischierebbe di aumentare la pubblicità televisiva a scapito della carta stampata quando già oggi la tv si aggiudica una quota di questa risorsa senza eguali nelle economie avanzate: senza eguali per tante ragioni tra le quali spicca l’anomalia di un Paese che ha il più alto numero di grandi reti nazionali, ben sei, in mano al minor numero di padroni, solo due. Ma è significativo che i problemi del servizio pubblico e della concorrenza siano stati posti in così rapida successione da due istituzioni così importanti e indipendenti. Ciampi e Tesauro meritano risposte che vadano al di là dei commenti a caldo, spesso viziati da scopi strumentali. Deve parlare, seriamente, il governo, che vuol collocare i titoli di "questa Rai" presso il pubblico con l’evidente conseguenza di congelare il duopolio Rai-Mediaset associando gli interessi dei futuri soci di minoranza dell’emittente pubblica al naturale conservatorismo della classe politica e al tornaconto dell’azionariato di Mediaset. Ma deve parlare anche il centro-sinistra, meglio se per bocca del suo leader, Romano Prodi. Un anno dopo l’annunciato collocamento della Rai, vincendo le elezioni del 2006, l’attuale opposizione potrebbe assumere la guida del Paese. Chi la prossima primavera comprerà i titoli Rai avrà diritto di sapere se e come potrebbe variare il quadro regolatorio che così profondamente incide sul valore delle azioni delle società televisive, e sul mercato dei media in generale.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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