Come tanti esponenti più in vista della minoranza cristiana in Iraq, monsignor Casmoussa non ha mai nascosto la sua ostilità verso l’invasione americana. "Saddam Hussein ci ha sempre difeso. Cosa ci capiterà se dovesse crescere una teocrazia sciita al suo posto?", dicevano due anni fa i suoi assistenti nella diocesi di Mosul. Non era solo una difesa d’ufficio della dittatura. I sacerdoti nella chiesetta di Karakosh sapevano bene di essere circondati da spie e molto limitati nei loro spostamenti dalle paranoie xenofobe della dittatura. "Ma almeno siamo protetti e garantiti. Senza il regime laico del Ba’ath un giorno potremmo essere costretti tutti a emigrare", aveva paventato un giorno del dicembre 2002 lo stesso Casmussa accennando alla situazione impossibile dei cristiani in Iran e Arabia Saudita. Lo spettro dell’emigrazione era il suo incubo, la sua paura, l’eventualità da contrastare in ogni modo. Perché la sorte dei cristiani iracheni ricorda da vicino quella dei confratelli in Palestina, Egitto e Siria: il rischio dell’estinzione, la fine di una tradizione millenaria, precedente persino la Chiesa di Roma. Sino alla guerra del Golfo nel gennaio 1991 erano quasi un milione. Il 70 per cento caldei, gli altri siro-cattolici e cristiani legati alla Chiesa ortodossa greca e russa. Quanti con precisione? Impossibile dire. Alla metà degli anni Novanta si diceva fossero scesi a 750.000. Gli altri erano per lo più partiti alla volta di Francia, Canada, Stati Uniti, Australia e America del Sud. Appena prima della guerra nel marzo-aprile 2003 sembra fossero diminuiti ancora a meno di mezzo milione. I più poveri, coloro che non erano riusciti a corrompere i funzionari della dogana per il visto d’uscita, si erano rifugiati nella zona di Mosul. Ma anche qui non mancavano i problemi. I capi della locale comunità sunnita si erano inviperiti nel 2002, quando sul tetto della chiesa di Notre Dame di Fatima era stato costruito un piccolo mappamondo di pietra sovrastato da una croce. "È il simbolo visivo del piano cristiano di monopolizzare il mondo musulmano", avevano protestato. Vi erano state azioni di intimidazione contro le ragazze della scuola femminile cristiana. Era stata tirata una bomba a mano in un bar frequentato da cristiani che aveva causato la morte di una persona e il ferimento di altre 8. Alla fine il mappamondo era stato nascosto da una balaustra di ferro. Ma le intimidazioni più gravi, che proseguono tutt’ora, sono diventati i volantini distribuiti dai gruppi wahabiti e salafiti, sembra finanziati dalle ali estremiste tra i religiosi in Arabia Saudita, e infilati nottetempo sotto le porte delle case cristiane. La minaccia appare diretta: convertitevi, oppure andatevene. L’effetto è assicurato. La gente ha paura, si sente assediata dalla militanza sunnita, ma si fida ancora meno della possibilità di avere un governo a maggioranza sciita come risultato delle elezioni del 30 gennaio. Dopo gli attentati nelle principali chiese e cattedrali di Bagdad, che la scorsa estate causarono una quindicina di morti tra i cristiani, i patriarchi caldeo, assiro e armeno furono ben felici di ricevere la visita delle autorità musulmane. "Le bombe hanno favorito il dialogo interreligioso. Hanno unito gli iracheni di ogni fede contro la violenza", dicevano i cristiani. Ma dal giorno dopo l’unico effetto tangibile è stato che alle messe della domenica i fedeli sono sempre di meno.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>