C’è solo una cosa più fastidiosa delle lezioncine di morale, e sono le lezioncine di immoralità. In questi giorni, snocciolate con divertito cinismo o con sbracata volgarità a seconda del target di riferimento, ne abbiamo lette molte. Che l’arrembaggio delle ganze in politica finalmente fa giustizia dei costituzionalisti parrucconi. Che la signora Lario, come tutte le donne, campa solamente per la generosità dei maschi e dunque deve chiudere il becco. Che chiunque accampi giudizi morali lo fa solamente perché ha sconcezze proprie da nascondere. Che il più pulito ci ha la rogna, che chi si indigna non sa come va il mondo eccetera, e insomma tutto il decrepito campionario dell’ignobiltà servile italiana. Tutta roba vecchia come il cucco, il maschilismo da barberia e da ufficetto maldicente già descritto da Brancati, da Gadda, da Piero Chiara, da Fruttero e Lucentini, passato indenne attraverso qualunque movimento o moto o sconquasso etico-politico: come niente fosse. Ma riproposto - e questo è il colmo - come pensiero scapigliato, come fremito liberatorio, con Silvio giustiziere degli ipocriti. E i corsivisti spiritosi, e gli editorialisti combattivi, che danno di gomito ai loro sventurati lettori. Garantiti dalla reciproca simpatia per "la femmina" purché se ne stia al suo posto. Come le matricole e i militari: che però, almeno fin qui, non dirigevano i giornali.

Torna alle altre news >>