Pioggerella, raffiche di vento, un cielo grigio gonfio di bassi nuvoloni, sei-sette gradi di temperatura. Dublino ti accoglie così, in una giornata d´inverno. E non è che nelle altre stagioni le condizioni atmosferiche siano molto diverse: da queste parti piove, in media, duecentocinquanta giorni all´anno. Sicchè il visitatore che ha in tasca uno studio dell´Economist, in cui si proclama l´Irlanda il paese con la più alta qualità della vita al mondo, appena arrivato sente sorgere irresistibilmente la prima domanda: come può essere il posto migliore in cui vivere, con un tempo simile? Pazientemente, gli irlandesi ti spiegano che il clima della loro isola, per effetto della corrente del Golfo, in realtà è relativamente mite, considerato che come latitudine è situata più a nord di Vancouver o Terranova. Nei mesi invernali il termometro va raramente sotto zero, l´estate non è mai soffocante come nel Mediterraneo, e se qui la natura è tanto rigogliosa bisogna ringraziare per l´appunto le abbondanti piogge. Senza dimenticare, aggiungono compiaciuti, il proverbio locale: "Dentro ai pub non piove". Di pub ne hanno diecimila: su una popolazione di quattro milioni fa uno ogni quattrocento abitanti. Nessuno, in teoria, rischia di bagnarsi.

Crescita prodigiosa.
Ma anche una volta archiviati i dubbi di carattere meteorologico, l´incredulità o almeno la sorpresa permangono. Si sapeva che in un decennio di prodigiosa crescita economica l´Irlanda ha cancellato un´immagine consolidata da secoli: un Paese in miseria, falcidiato dalla fame, da una disperata emigrazione di massa, da una sanguinosa guerra civile tra cattolici e protestanti in Ulster, che con un cambiamento repentino si trasforma nella "Tigre Celtica", diffondendo il benessere per (quasi) tutti e i benefici della pace, dopo cent´anni di conflitto intestino in Irlanda del nord, dove manca il suggello di un accordo finale ma è finita la violenza. Possibile però che adesso sia diventata addirittura "l´isola felice", il paese del bengodi, da fare invidia al resto del pianeta?
Il rapporto dell’‟Economist”, compilato in occasione dell´uscita del numero annuale "The World in 2005", lo stato del mondo nell´anno che verrà, la mette davanti alla Svizzera, ai paesi scandinavi, a Italia e Spagna, a Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna, così motivando la scelta. Gli esperti dell’‟Economist Intelligence Unit” hanno misurato un ampio raggio di fattori, dal reddito medio alla disoccupazione, dalla stabilità politica ai conflitti sociali, dall´istruzione alla sanità, dal clima all´eguaglianza tra i sessi, assegnando un punteggio da uno a dieci in ogni categoria: ebbene, l´Irlanda ha ottenuto il risultato più alto, 8,33 (la Svizzera, seconda in classifica, è a 8,03). Il sondaggio rivela che non solo l´Irlanda ha il quarto reddito pro capite al mondo, ma che questa ricchezza recentemente acquisita si combina con persistenti valori tradizionali: famiglia, religiosità, spirito comunitario. "L´Irlanda vince perché congiunge i più desiderabili elementi di innovazione, come bassa disoccupazione e libertà civili, con il mantenimento di certi confortevoli elementi del suo passato, come l´unità della famiglia e la solidarietà sociale", afferma il rapporto, sottolineando che "il benessere materiale, da solo, non misura adeguatamente la qualità della vita".
A Dublino, in effetti, la commistione di nuovo e di antico balza agli occhi. Tagliata dolcemente a metà dal fiume Liffey, la capitale ha conservato il vecchio guscio: casette vittoriane, palazzine del primo Novecento a quattro o cinque piani tra cui sbucano i campanili, nemmeno un grattacielo. Ma un James Joyce redivivo faticherebbe a riconoscere quella che chiamava la "crudele, sporca Dublino": vetrine scintillanti nelle strade del centro, illuminate dalle decorazioni natalizie, frenetico passeggio su Grafton street, la via dello shopping chiusa al traffico, ristoranti alla moda e discoteche su Temple Bar, versione irlandese della "rive gauche" parigina, su cui spicca il Clarence, un vecchio hotel al cui bar andava a sbronzarsi con gli amici uno sconosciuto musicista di nome Bono, acquistato e restaurato qualche anno fa dagli U2 che ne hanno fatto un albergo di lusso a cinque stelle, "cool" e "hip", per usare due termini entrati nel linguaggio globale.

Tradizione e facce nuove.
In giro si vedono ancora certi irlandesi col berretto sugli occhi, la giacca di tweed, le gote rosse, che sembrano presi di peso da The quiet man (L´uomo tranquillo nella traduzione italiana), il film premio Oscar del 1952 di John Ford (all´anagrafe, l´irlandese Sean O´Fearna), con John Wayne e Maureen O´Hara, che ha contribuito più di ogni altro a forgiare lo stereotipo nazionale, pecore e cavalli, verdi vallate e castelli, amara, scura, schiumosa birra Guinness e duri dal cuore tenero; ma si vedono anche molte facce nuove. Da paese di emigranti, che aveva visto la sua popolazione dimezzarsi in un secolo da otto a quattro milioni di abitanti, l´Irlanda è diventata un paese di immigrati: ne arrivano da tutto il mondo, in proporzione quattro volte più che in America, e nel 2004 cinquantamila erano polacchi, ungheresi, baltici, provenienti dai dieci nuovi paesi dell´Est aderenti all´Unione europea, a cui soltanto Dublino, tra i quindici originari membri della Ue, ha spalancato le porte senza restrizioni.
Al 21 di Duke street c´è ancora ‟Davy Byrne´s”, il pub immortalato da Joyce nell´Ulisse, dove Leopold Bloom si ferma per uno spuntino (un sandwich al gorgonzola con la mostarda e un bicchiere di burgundy); ma in questo come negli altri pub dell´isola da qualche mese è vietato fumare. Si temeva che il bando al fumo nei pub e in ogni locale pubblico, il primo così rigido in Europa, avrebbe suscitato disordini di piazza e fallimenti a catena: senza la nebbiolina azzurrognola delle sigarette, si diceva, un pub irlandese non è più un pub. Invece la gente l´ha presa con filosofia, chi vuole va a fumare ogni tanto fuori dal locale, e i pub, anziché rischiare il fallimento, aumentano di valore a livelli record: nel 2004 ne sono stati venduti per un totale di centotrenta milioni di euro, il 40 per cento in più dell´anno precedente, tra cui uno celebre, ‟Lillie´s Bordello”, per cinque milioni.
Beninteso, di "bordelli" autentici, legalizzati come ad Amsterdam o in Germania, nella cattolicissima Irlanda non se ne parla: ma hanno aperto i primi topless-bar, e nessuno si scandalizza. La domenica mattina, davanti alla cattedrale di San Patrizio, il santo protettore nazionale, ci si imbatte in un ingorgo da stadio: i credenti, qui, sono praticanti e a messa vanno ancora in molti. Ma intanto è stato finalmente legalizzato il divorzio (nel ‘95, e da allora si moltiplicano le separazioni), il tasso delle nascite resta il più alto d´Europa ma l´età media a cui le donne hanno il primo figlio è salita a trentun anni (nel 1974 era venticinque anni), e il nuovo arcivescovo di Dublino, monsignor Martin, ha benedetto la "modernizzazione", affermando che la chiesa non deve più mettere il naso in politica e preoccuparsi piuttosto dei problemi sociali che accompagnano il benessere: droga, criminalità, individualismo.

Malanni risanati.
Del resto anche la chiesa cattolica, da sempre - insieme al pub - un´istituzione irlandese, è vittima del cambiamento: quando monsignor Martin prese i voti da sacerdote nella diocesi di Dublino, nel 1969, con lui c´erano altri tredici diaconi. Quest´anno ne è stato consacrato uno. L´anno prossimo non ce ne sarà nessuno. L´arcivescovo parla gravemente dell´ipotesi che il cattolicesimo diventi una "minoranza culturale" in Irlanda. Esagera, ma è innegabile che sia in atto un processo di secolarizzazione. Che è poi una delle ragioni per cui gli irlandesi sono i primi a commentare con una dose di perplessità il rapporto dell´Economist. "La combinazione di vecchio e nuovo, di tradizionalismo e innovazione, ci fotografa in un perfetto momento di equilibrio", osserva John Waters, columnist dell’‟Irish Times”, "ma è un attimo fuggente, che non durerà. La modernizzazione ha sanato i nostri antichi malanni, povertà, fame, oscurantismo, ma ci ha iniettato i disagi di società più avanzate, gap ricchi-poveri, delinquenza, alienazione, tant´è che sono in aumento i suicidi. Se è vero che oggi siamo un´isola felice, non è chiaro cosa saremo domani".

Donne alla ribalta.
Gli ottimisti ribattono che è il prezzo inevitabile del progresso: "Se ripenso a com´era orrendo il paese in cui sono cresciuto, il miglioramento è indubbio", nota Joseph O´Connor, un romanziere della nuova generazione di scrittori che ha rinverdito le glorie di Yeats e Shaw, di Beckett e Heaney, quattro premi Nobel per la letteratura in un paese di quattro milioni di abitanti, per tacere di un quinto che l´avrebbe strameritato, Joyce.
Tra chi si domanda "cosa sarà domani l´Irlanda", una risposta viene da Mary Harney, leader del partito Progressista democratico e simbolo di un altro fondamentale cambiamento, il ruolo delle donne: cittadini di seconda classe una generazione fa, ora ascese per due volte di seguito al posto di presidente della repubblica, prima con Mary Robinson, femminista laica, quindi con Mary McAleese, fervente cattolica. Poiché il formidabile progresso irlandese deriva da una ricetta economica di stampo reaganiano (o thatcheriano), riduzione delle tasse e incentivi alla libera impresa, dice Mary Harney, "la nuova Irlanda, pur essendo geograficamente più vicina a Berlino, è spiritualmente più simile a Boston", ossia all´America.
Senonchè l’‟Economist”, nel suo rapporto sulla qualità della vita, formula la tesi opposta: in ogni area in cui ha visto profondi cambiamenti sociali, la secolarizzazione, la difesa del sistema sanitario nazionale e del welfare, perfino le tasse, più basse del resto della Ue ma considerevolmente più alte che negli Usa, l´Irlanda si avvicina all´Europa, non all´America. Così come l´avvicinano all´Europa i voli a basso costo della Ryanair, la giovane linea aerea di Tony Ryan e del suo manager-bucaniere Michael O´Leary, che ha rivoluzionato i trasporti nel continente e ha avuto un grosso ruolo nella "rivoluzione irlandese". Il paese a cui l´Irlanda d´oggi somiglia di più, sostiene il settimanale britannico, non è l´America: è quello che l´ha dominata per settecento anni, la Gran Bretagna. La lingua è la stessa (a parte l´accento): l´inglese. Ma ci sono tre vistose differenze: l´Irlanda è cattolica, è assai più piccola, ed è tenacemente filo-europea.
Come che sia, non è un caso se a Dublino arrivano a frotte i tecnocrati delle altrettanto piccole nazioni dell´Est, entrate da poco nell´Unione europea: vengono a studiare il modello irlandese per apprendere come si esce in fretta da una povertà endemica, senza stravolgere, se possibile, quel che c´è di buono nelle proprie tradizioni. Il segreto del Paese dei "limericks", le spesso insensate poesie in rima, e dei "leprechaun", gli gnomi-folletti della mitologia celtica, il segreto del paese degli U2 e della "Ryanair generation", il segreto dell´"isola felice", in fondo è tutto qui.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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