Più volte, leggendo Un pezzo da galera , romanzo del 1979 ora proposto in italiano (Jailbird il titolo originale) mi sono chiesto cosa Kurt Vonnegut stia pensando dei fatti recenti che vedono coinvolto il suo paese, gli Stati Uniti, di nuovo alle prese con un conflitto in terra lontana. Cosa, soprattutto, gli possa evocare l’evenienza simbolica della guerra e dell’occupazione irachene, ormai inevitabile e pressoché esclusivo appannaggio di immagini di prigionieri incappucciati e di giovani soldatesse con la sigaretta in bocca vicine a corpi mutilati della loro dignità. E cosa stia pensando del fatto che l’identità americana stia sempre più aderendo, nell’immediato, a quelle immagini, con tutte le conseguenze che una simile riduzione simbolica comporta. È un interrogativo che mi sembra pertinente a tutta l’opera di Vonnegut in generale, e a questo libro in particolare. Nel quale, come in tanti altri dell’autore di Mattatoio n. 5 , di identità americana si tratta e si racconta, con il consueto understatement e con la stessa, peculiare lucidità che attraversa tutti i romanzi dello scrittore.
Un pezzo da galera , in questo senso, può essere letto come uno dei capitoli attraverso i quali Vonnegut ha costruito la sua personale ed eterodossa epopea americana. Il singolo episodio di una storia unitaria, che di unitario ha, oltre a certe predilezioni d’argomento, anche un numero cospicuo di simili modi di raccontare. Per cercare di spiegare questa fedeltà a un disegno complessivo, a un orizzonte che, pur con tutte le cautele del caso, non è possibile non chiamare ideologico, bisogna partire dai personaggi. I personaggi dei romanzi di Vonnegut, anche a molta distanza cronologica gli uni dagli altri, hanno molte cose in comune. Anche se hanno nomi diversi, e vivono differenti storie, è come se fossero invariabilmente portati, anche contro la loro volontà, a essere rappresentanti dell’uomo americano, intendendo con ciò quella sorta di modello antropologico che proprio nel secolo scorso ha trovato il suo pieno compimento. Walter F. Starbuck, il protagonista del romanzo, è una delle incarnazioni narrative di questo modello, sottoposto a un continuo e massiccio trattamento di addizione ironica, se è vero che stiamo parlando, come recita il titolo, di un "pezzo da galera". Non che Mr. Starbuck, finito in carcere per essere stato quasi involontariamente coinvolto, inutile pedina di un gioco molto più grande di lui, nello scandalo Watergate, sia un personaggio privo di doti morali e intellettuali. Si tratta di doti garantite dall’essere appunto, antropologicamente, un "americano", e che presentano tratti tipici del celebrato modello, come ad esempio una nascita svantaggiata, un’ascesa sociale dovuta principalmente alle proprie capacità e ai propri talenti, l’essere un individuo in una società complessa e competitiva, con la quale fare costantemente i conti. E inoltre la marcata mobilità sociale, che può portare dalla povertà all’agio, così repentinamente come dalla ricchezza più opulenta ai margini più negletti della società.
Ma c’è un altro, importante elemento di costruzione narrativa, che salta immediatamente agli occhi e che rimanda alla lettura di tanti altri libri di Vonnegut, ed è il trattamento al quale viene sottoposto il tempo del romanzo. La consapevolezza narrativa di questo scrittore è troppo contemporanea per pensare di costruire, attraverso tanti libri, una storia unitaria sulla scorta di un tempo strettamente e tradizionalmente lineare. Per quanto la narrativa di Vonnegut abbia qualcosa a che fare, anche se solo in forma parodica, con l’idea di una saga (quella del popolo americano) in Un pezzo da galera come in altri romanzi non troviamo nulla di narrativo che corrisponda a tutto ciò. Al contrario, si tratta di una saga raccontata a intermittenza, con continui salti temporali, con passaggi da episodi minimi del presente ad altri, che rimandano a un patente orizzonte storico (la seconda guerra mondiale, il maccartismo, e così via). Una narrazione che è, per i suoi tempi, ostentatamente sperimentale. È contemporanea, appunto, ma non nella direzione di una narrativa colta, highbrow , nella linea della principale tendenza della narrativa del Novecento (o almeno nella presunta tale). Vonnegut ha molto più a che fare con i materiali della letteratura popolare che con quella "alta", sperimentale per elezione e progetto teorico. Non per niente il suo nome viene tradizionalmente affiancato a quello degli autori americani di science-fiction , anche se il genere è uno dei tanti che lo scrittore americano adopera senza mai riconoscersi integralmente in esso. Al contrario, è proprio la commistione dei generi a dirci qualcosa di più preciso sulla narrativa di Vonnegut, a costituirne uno dei tratti più riconoscibili. In questo senso, la science-fiction può essere accostata alla storia: cos’altro è il capolavoro dello scrittore americano, Mattatoio n. 5 , se non un romanzo di fantascienza d’ambientazione storica, o, se vogliamo esagerare, un romanzo storico di fantascienza?
La storia appare anche, e tanto, in Un pezzo da galera, sia come elemento del discorso narrativo, sia come vero e proprio argomento. Lo scrittore sembra in questo caso divertirsi nell’allestire per il lettore una sorta di compendio di recente storia americana, un compendio, tuttavia, costruito in modo eccentrico. Come prima accennavo, Vonnegut procede a forza di citazioni di diversi fatti lontani nel tempo e messi sullo stesso piano. Provo a elencare la successione di alcuni di essi. Essi sono, nell’ordine: l’assassinio del bandito John Dillinger, il massacro di operai a Cleveland nel 1894, noto come il massacro di Cuyahoga, il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti, la presidenza Nixon, la partecipazione statunitense al processo di Norimberga, l’America ai tempi della Grande Depressione, ecc. ecc. Si tratta di eventi o periodi, come si vede, tutti di segno negativo, o che comunque rimandano ad aspetti in cui del sogno americano, della sua ragione d’essere così come della sua retorica c’è poco. Ma si tratta pur sempre di fatti sui quali, secondo il narratore, si è costruita parte della moderna identità americana. Un’identità di cui è primo testimone, ne Un pezzo da galera , proprio il narratore. In effetti, un’altra delle tipiche forme di argomentazione narrativa di Vonnegut risiede nella particolare posizione che ad esso viene conferita. Il narratore, in questo caso, è qualcuno sempre pronto a cambiare i tratti distintivi per i quali può definirsi tale. È come se quegli abiti gli andassero quasi sempre stretti, e avesse bisogno di prenderne altri, per travestirsi. La figura che racconta, nella narrativa di Vonnegut, ha molta invidia per i personaggi. Vorrebbe essere uno di loro, andarsene a spasso per il tempo e per lo spazio, invece di dover stare sempre là, fermo, un passo prima degli eventi, a raccontarli, a spiegarli, a chiacchierare con il lettore, dicendogli dove deve andare, a cosa deve badare di più, e così via. È per questo che molto spesso si confonde con il personaggio, o, entrando dentro di esso, parla con la sua voce, spossessandolo. In Un pezzo da galera ciò accade con un certa frequenza, così che il lettore, a conti fatti, non sa più bene se Walter F. Starbuck parli per se stesso e non per altri, o se, al contrario, quando il narratore appare sulla pagina con i propri connotati retorici, non sia proprio Starbuck invece a parlarci.
Del resto, come non comprendere le ragioni di questo sentimento di invidia permanente? In fondo, il Walter F. Starbuck, l’eroe stazzonato di Un pezzo da galera non vuole essere altro, per il suo creatore, che l’americano in genere, il modello di comportamento a cui accennavo prima e che la fa davvero da padrone, nelle pagine di questo libro. Per Vonnegut, la storia di un americano è la storia di tutti gli americani. O meglio, per raccontare la storia degli americani bisogna sceglierne uno soltanto, ma quello giusto, seguirlo nelle vicende della sua vita, con lucidità e disincantato affetto, tanto da voler essere alla fine un poco come lui. O forse esserlo già, fin dall’inizio.

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