La cassetta della posta, in Gran Bretagna, è un simbolo nazionale: di un colore rosso fiammante, dalla forma solida e antiquata, immediatamente riconoscibile come qualcosa che appartiene esclusivamente alle tradizioni del Regno Unito, come gli autobus a due piani, i taxi neri, le cabine del telefono. Eppure la Royal Mail, la Posta di Sua Maestà, non sarà più britannica: il governo laburista di Gordon Brown ha deciso di venderla, preferibilmente a un’azienda straniera. All’inizio sarà ceduta solo una parte, sebbene considerevole, pari al 33 per cento; molti credono che si tratti solo di un primo passo, per poi disfarsi dell’intera proprietà. La ragione è che la Posta Reale non guadagna più, anzi perde un mare di soldi, 3 milioni di sterline l’anno, travolta da un lato dall’alta tecnologia, ossia email e sms, dall’altro da servizi postali privati che consegnano a domicilio, più rapidamente e con maggiore sicurezza, lettere e pacchi di qualsiasi dimensione. Per quanto abbia iniziato a rinnovarsi, nonostante le mille attività intraprese, diventando di fatto anche banca, società di assicurazioni, catalogo per acquisti, la Royal Mail dà l’impressione di non farcela, specie in tempi di crisi economica globale. L’annuncio della progettata cessione, fatto da Peter Mandelson, ministro delle Attività Produttive ed ex-braccio destro di Tony Blair, ha sollevato un pandemonio. Una parte del Labour si ribella, promettendo resistenza al progetto in parlamento. I sindacati sono sul piede di guerra, sostenendo che l’ingresso di un’azienda privata nella Royal Mail comporterà il licenziamento di 50 mila dipendenti sugli attuali 180 mila. C’è già un candidato all’acquisto: il gruppo olandese Tnt, specialista delle consegne a domicilio in tutto il mondo, 161 mila dipendenti, un margine di profitto del 15% annuo. In corsa ci sarebbe anche il tedesco Dhl, l’altro gigante del settore, 500 mila dipendenti, 13% di profitti. Due privati che hanno rosicchiato la mela del servizio postale pubblico, nei rispettivi paesi, quindi anche all’estero, inclusa la Gran Bretagna, diventando una causa del declino della Royal Mail. Chi ha fretta di inviare un documento o un pacco, paga un po’di più per rivolgersi a loro; chi deve inviare solo una lettera o una cartolina (calate di 5 milioni in due anni), fa da sé con email e messaggini (60 miliardi inviati nell’ultimo anno dai britannici). E’un pezzo di storia del Regno Unito che se ne va: col simbolo della corona su ogni cassetta delle lettere, la Posta Reale rappresentava la monarchia al suo meglio, austera, precisa, efficiente. Ancora oggi consegna 82 milioni di lettere e pacchi al giorno, l’85% dei quali in tempo; e i 12 mila uffici postali sono come un avamposto di ordine e civiltà, fanno parte del panorama come i pub, i bobbies con l’elmetto, le guardie della regina col colbacco. Ora, come la Rolls-Royce, la Jaguar e la Mini, anche questa icona di britannicità è al tramonto. La settimana scorsa i sindacati si erano lamentati delle pressioni manageriali per far camminare i postini più in fretta: a una velocità media di 4 chilometri all’ora, anziché ai 2 previsti dal regolamento. Il postino bussa sempre due volte, recita il titolo di un vecchio film: ma la prossima volta che bussa, qui a Londra, potrebbe parlare olandese.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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