L’AfD ha vinto le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt con il 43,8% dei voti, quasi raddoppiando il risultato del 2021 e fermandosi a pochi seggi dalla maggioranza assoluta.

La peste di Tonia Mastrobuoni, candidato al Premio Strega Saggistica 2026, è una lettura attuale e urgente. Un libro che non si limita a osservare l’AfD come soggetto parlamentare, ma ne segue le radici, le alleanze culturali e le strategie di radicamento nella società tedesca.


UN ESTRATTO DAL LIBRO

Il ritorno alla zolla

C’è una grande pianura, a ovest del fiume Elba, dove si annida la peste. Tra Amburgo e Hannover, le lande intorno a Lüneburg sono diventate l’epicentro di un fenomeno inquietante, che sta crescendo a macchia di leopardo e quasi sempre lontano dall’attenzione pubblica. Lì si annidano insediamenti di famiglie che vivono secondo il credo völkisch, l’ideologia tardo-ottocentesca che formò il nazismo.

Stirpi “brune” che puntano a colonizzare la Germania estirpando tutti gli elementi che ritengono impuri: stranieri, ebrei, diversi. In attesa di un fantomatico giorno della vittoria e dell’arrivo di un Quarto Reich, questi colonizzatori stanno crescendo i loro figli secondo un’ideologia disumana e protonazista, lontano dai riflettori. È un fenomeno nuovo e allo stesso tempo antico.

In Bassa Sassonia, nel Nord, si nasconde uno dei primi nuclei di questo allarmante movimento. La peste bruna, però, è ormai diffusa in tutto il Paese. Anzi, il contagio sta avvenendo ancora più rapidamente nell’ex Germania Est, nelle regioni dissanguate dall’emigrazione verso occidente di intere generazioni, dopo la caduta del Muro. È in quelle aree spopolate e sempre più arrabbiate che i Völkischen hanno fiutato un’opportunità maggiore di insediarsi senza troppo clamore per infettare tutto ciò che li circonda.

Nelle campagne sterminate e poco abitate della vecchia Ddr, i servizi segreti interni avevano osservato da decenni anche un’altra, preoccupante emigrazione: quella dei neonazisti classici. Ingo Hasselbach è un “pentito”, ma negli anni novanta era un temutissimo e violento skinhead noto come “il Führer di Berlino”. In quel periodo di faticosa ricostruzione di una Germania unificata, anche lui emigrò a oriente: “Da nessun’altra parte il nostro ambiente era così forte come nei nuovi Länder dell’Est. Abbiamo preparato il terreno e sviluppato strutture che resistono ad oggi”.

Quindi negli anni in cui le regioni della ex Germania Est si svuotavano e cominciavano a temere per il loro futuro e a votare sempre più spesso un partito di ultradestra, l’AfD (Alternative für Deutschland), le sponde dei laghi del Meclemburgo e le morbide colline della Sassonia si riempivano di skinhead e di Völkischen, ma anche degli ideologi della Nuova destra come Götz Kubitschek, originario del Baden-Württemberg, o di Björn Höcke, cresciuto in Renania-Palatinato. Mentre per riconoscere i vecchi skinhead, gli hooligan e i neonazisti “classici” basta uno sguardo, per i “Völkischen” è più complicato. E quando vengono stanati, spesso è già troppo tardi.

Il pensiero völkisch (da Volk, “popolo”), nella definizione dello storico George L. Mosse, fu una componente specifica tedesca dei fascismi europei del primo Novecento, che sin dal principio rese l’antisemitismo “un elemento essenziale della sua ideologia”. Era un pensiero che affondava le radici nell’era guglielmina, che “rifiutava la modernità, in tutte le sue forme” e idealizzava la figura del contadino come prototipo del “tedesco ideale”: buono, operoso, leale, forte, a tratti crudele. Fu un movimento variegato, diffuso, ma “quasi indistinguibile” dal nascente nazionalsocialismo, secondo lo storico Hans Mommsen. In Mein Kampf, uscito nel 1925, Adolf Hitler scrisse che “le idee fondamentali del movimento nazionalsocialista sono völkisch e le idee völkisch sono nazionalsocialiste”. E il motivo è semplice, come mi ha spiegato lo storico e curatore dell’edizione di Mein Kampf uscita in Germania nel 2015, Othmar Plöckinger: “Con quel curioso miscuglio di autobiografia, manifesto politico e pamphlet, Hitler tentò di accreditarsi come ideologo, sia nel partito nazista sia all’interno del variegato ambiente dei Völkischen”. L’intento era quello di farli sparire, di assorbirli nell’ascendente partito nazista.

Anche i romanzi dell’epoca rispecchiavano gli stereotipi völkisch e nutrivano immancabilmente l’odio per il nemico per eccellenza: l’ebreo. Una delle opere letterarie tra le più popolari – che influenzò anche il pensiero di Adolf Hitler – è Der Büttnerbauer di Wilhelm von Polenz. Pubblicato nel 1895, il romanzo narra la storia di un contadino che si indebita sempre più con un ebreo, finché è costretto a cedere la sua terra, il Boden. L’ebreo la rivende a un capitano di industria che ci costruisce una fabbrica. Alla fine il contadino si impicca rivolgendo un ultimo sguardo alla terra che gli è stata strappata, alla “zolla”.

C’è tutta la ideologia völkisch condensata in questo romanzo dal finale kitsch: il contadino tedesco che diventa vittima della modernizzazione galoppante, incarnata in due figure detestate dai nazionalisti: l’ebreo e l’industriale.

“In questa cornice l’ebreo veniva identificato con la società industriale, che strappava le radici al contadino, gli rubava la terra e provocava la sua morte, e dunque l’estinzione della parte più autentica del popolo.” E il “ritorno alla zolla” è un topos dell’estrema destra che dall’era guglielmina a oggi ha periodicamente prodotto una colonizzazione delle campagne e una costruzione di oasi autarchiche dove coltivare l’obiettivo finale del rovesciamento della democrazia.

I Völkischen, ieri come oggi, perseguono l’omogeneità biologica e culturale del popolo tedesco e uno Stato autoritario. Fin dalle origini, la delusione per le modalità della nascita della Germania nel 1871 li aveva spinti a vagheggiare una “deutsche Volksgemeinschaft”, una comunità del popolo tedesco, più spirituale. La sobria Realpolitik del cancelliere Bismarck, la sua unificazione percepita come troppo burocratica, contrastava con la loro idea messianica di un superiore “destino tedesco”.

La convinzione era che soltanto il “pensiero tedesco” potesse superare l’individualismo “fallimentare” e liberare la Germania dall’Illuminismo e dalle idee della Rivoluzione francese, visti come il male assoluto.

In questo quadro, gli ebrei dovevano essere cacciati dalla Germania perché ritenuti i principali responsabili della modernizzazione industriale e della mancata nascita di una nazione veramente unita. A distanza di un secolo e mezzo, agli ebrei si sono aggiunti i profughi e i migranti, i diversi, e tutti gli irriducibili al fanatismo nazionalista tedesco.

La peste di Tonia Mastrobuoni

In Germania c’è una peste che non si vede, ma cresce. Avanza silenziosa nelle campagne, si radica in villaggi dimenticati, si insinua nelle scuole, nei corpi civili, nelle associazioni culturali e religiose. Non porta bandiere, ma idee. Idee vecchie, che sembravano sepolte dalla storia: …

Tonia Mastrobuoni

Tonia Mastrobuoni (Bruxelles 1971) è corrispondente per “la Repubblica” dalla Germania e l’Est Europa. È stata inviata de “La Stampa” e cronista parlamentare per varie testate. Si occupa di economia …