Scotland Yard ha diviso i suoi uomini in diverse squadre. Lavorano in modo separato, ognuna su una pista, ma sono pronte ad incrociare i dati. Ecco le prime ipotesi.
Un meccanismo ‟domanda-risposta” per approfondire il ruolo dei servizi segreti italiani nel rapimento a Milano dell’imam Abu Omar, poi trasferito nel Cairo per essere più ‟liberamente” interrogato.
Scotland Yard evita di pronunciare, in modo diretto, la parola attentatore suicida, ma è dal 2003 che gli investigatori sono in caccia. Cercavano ‟una scuola per kamikaze” inglesi e i possibili reclutatori.
L’intreccio servizi-terrorismo e il coinvolgimento pachistano nel dramma di Londra evidenziano come uno dei motori della rete qaedista non sia in Medio Oriente, usato costantemente dalla propaganda jihadista, ma tra il Pakistan e l’Afghanistan.
Donald Rumsfeld spera di poter sfruttare le divisioni tra le diverse anime della resistenza, gli ex baathisti, gli estremisti islamici locali e i pazzi di Al Zarkawi, e per questo rilancia la trattativa per farle entrare nel gioco politico.
Tra kamikaze e cittadino è una questione di spazi. L’attentatore suicida vuole ridurre quelli delle sue vittime, impedendogli di salire su un bus o di andare al ristorante. Chi lo arma intende bloccare la vita di ogni giorno...
Nella lista degli ‟obiettivi umani”, che Al Qaeda ha diffuso via Internet , la priorità è stata assegnata ai cristiani. Gli italiani sono inseriti subito dopo americani, britannici e spagnoli.
Intorno a ‟Bob Lady”, la mente del rapimento Abu Omar, c’erano, prima o dopo l’operazione, delle figure femminili. Tre agenti donna della Cia, ognuna con incarichi e compiti diversi. Le chiameremo l'aggressiva, la veterana, la vedetta...
Caccia a Mister X, il comandante della squadra che ha rapito l’imam Abu Omar a Milano e subito dopo l’ha imbarcato su un volo per il Cairo. Da cacciatore a preda.
Esaminare l’evoluzione del terrorismo qaedista come fosse una diretta conseguenza di ciò che avviene a Bagdad è un errore. Il progetto di Bin Laden va indietro nel tempo e guarda oltre le rive del Tigri.
Poche settimane dopo l’11 settembre Al Qaeda convocò in Afghanistan i capi delle organizzazioni estremiste nordafricane. C'erano Osama Bin Laden, Noureddine Nafia e Mohamed Guerbouzi.
Visto dall’alto il paesaggio del terremoto appare peggio di quanto si potesse pensare. Ciò che più colpisce viaggiando in elicottero sono le migliaia di villaggi, frazioni e case isolate sulle montagne distrutte e abbandonate a se stesse.
Cia e Pentagono dispongono di una flotta aeronavale con la quale eseguono le famose ‟consegne speciali”, l’arresto di un sospetto terrorista in un paese terzo e il successivo trasferimento in uno stato amico, dove può essere sottoposto a sevizie.
L’occhio elettronico segue un giovane con uno zainetto all’interno del ristorante Raja di Kuta, a Bali. L’uomo sembra vagare alla ricerca di qualcuno tra i tavolini. Fa ancora pochi passi. Poi l’esplosione.
Torna a casa il principe Bandar, per anni intrigante e influente ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti. Fu uno dei protagonisti della fuga dei parenti di Bin Laden, residenti negli Usa, dopo l’11 settembre.
‟Abu Omar è vivo e conferma in pieno le torture subite”. È Abdelhamid Shari, direttore laico dell’Istituto islamico di Milano, a confermare che l’imam rapito dalla Cia nel febbraio 2003 è detenuto in una prigione egiziana.
In nome della lotta al terrorismo e sull’altare della sicurezza, due esigenze fondate e condivisibili, dopo l'11 settembre si possono però calpestare o violare i diritti della privacy.
Il mandato di cattura per il sequestro di Abu Omar è indirizzato a Robert Seldon Lady, ex ‟capo antenna” della Cia a Milano. Ma chi ha coperto ‟Bob” e il suo gruppo operativo?
Il gruppo di Al Zarkawi ha rivendicato il sequestro dell'ambasciatore egiziano in Iraq e lanciato nuovi attacchi contro rappresentanti stranieri. Il messaggio è stato pubblicato su un sito Internet e porta la firma di Abu Maysara Al Iraqi.
Il terrorista Abu Omar prelevato in Italia sottoposto a interrogatori duri nel carcere di Al Tora, in Cairo. La storia del terrorista e le tecniche ‟d’interrogatorio” del ‟Direttorato”.